FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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La presa di parola
Monica Centanni, Peppe Nanni

Nella vicenda politica che si è aperta con la presa di distanza di Gianfranco Fini da Silvio Berlusconi molti commentatori hanno visto solo uno scontro d'ordine tattico per l'equilibrio del potere nell'area del centrodestra. I più avvertiti hanno sottolineato una incompatibilità tra due modi di intendere la politica e i ruoli istituzionali; ma pochissimi hanno registrato il sommovimento profondo di cui questo scisma è segnale perentorio. 

Gli ambienti più conservatori imputano a Gianfranco Fini e al suo ambiente commistioni e confusioni con la cultura di sinistra: e per ‘sinistra’ pare intendersi una immutabile entità metafisica rispetto alla quale ci si definisce scolasticamente a priori, per antitesi.  

Il paradosso è che, contemporaneamente, molti dei più avvertiti intellettuali provenienti dall’area antagonista alla destra, stanno prendendo atto della fine della sinistra, del deperimento della forza definitoria di quella nominazione.

In realtà quello che oggi davvero si apre è un ampio sommovimento geologico delle categorie politiche fin qui efficaci: é evidente che una serie di schemi non hanno più presa sulla realtà, che molte parole vengono agitate nell’agorà politica solo per lanciare insensati anatemi, per continuare a tenere alti steccati di separazione privi di senso concreto, o per rassicurare pigramente identità residuali. Quando non per coltivare l’illusione (errata nei fatti) che il consenso elettorale sia perpetuamente garantito, attingendo voti da serbatoi stagni, tra di loro non comunicanti.

Al di là della polemica si può certamente riconoscere che sul piano culturale oggi ogni dialogo è possibile, ogni curiosità incrociata legittima, del tutto normale e praticabile ogni interesse per pensieri o testi, a prescindere dalla loro genealogia. Tutto questo è scontato e occorre andare oltre, capire se si tratta di un’ovvia pratica di libertà intellettuale, di un doveroso esercizio dialogico, oppure se il riconoscimento di questa accelerazione finale – per esempio sancita da Augusto Illuminati con la pubblicazione di un libro emblematicamente intitolato Per farla finita con l’idea di sinistra – consenta l’apertura di una nuova prospettiva sulla realtà, di nuovi progetti e di inedite linee di convergenza e di frattura politica. “Dei cadaveri bisogna sbarazzarsi: sono più perniciosi dell’immondizia”: Illuminati apre il suo ‘pamphlet filosofico’ sulla fine della sinistra con questa citazione di Eraclito (DK B 96) e commenta: “I cadaveri […] vanno smaltiti senza tanti riguardi, perché la loro presenza inquinante danneggia la pratica sociale e la riflessione. Il culto dei valori di sinistra e l’onore reso al nome assomiglia ai riti funerari aristocratici contro cui polemizzava Eraclito con il suo provocatorio invito”. Va sgombrato il campo dalle vecchie definizioni: destra e sinistra sono i cadaveri di cui è urgente liberarci. La questione politica e insieme intellettuale consiste in un passaggio più profondo da compiere con grande radicalità e insieme con grande rigore: convocare quanti vogliono cambiare il mondo, perché coltivano la concreta immaginazione di un futuro radicalmente migliore, in netta distinzione da quelli che ritengono che la società esistente debba essere comunque conservata, curata terapeuticamente e ‘normalizzata’, e che ogni esperimento di cambiamento sia pericoloso e comunque destinato a fallire.

L’insistenza degli attacchi alle posizioni di Fini evidenzia l’esistenza di una vasta e trasversale mentalità conservatrice: con il pretesto di denunciare contaminazioni e tradimenti che inquinerebbero la purezza di non si sa quale identità, sotto attacco è direttamente la politica. Perché c’è politica soltanto nel progetto di grandi trasformazioni. Non si tratta, solo di un attacco alla ‘cultura di sinistra’, si diffida di qualsiasi cultura politica, esprimendo una posizione a suo modo coerente: qualsiasi progetto di variazione dell’orizzonte politico viene avvertito come un pericolo alla sicurezza di un sistema di lettura del mondo unitario e compatto. Questo atteggiamento, che si autorappresenta come ‘realismo’ e che si risolve in idolatria dello stato di cose esistente, mortifica i desideri degli uomini e condanna istintivamente la progettualità della politica. Prefigurare una differenza, una trasformazione dell’esistente, una dimensione di potenziale realizzazione di grandi desideri collettivi, incrinerebbe il senso comunemente univoco della realtà, svelando la cattiva utopia di un universo sociale immutabile. Ogni immaginazione politica, così come ogni atto poetico-artistico, sono avvertiti a priori come attentati alla fissazione identitaria e all’ordine pubblico, inteso e difeso come conformismo sociale, stereotipo morale, retorica culturale. In questa prospettiva l’atto politico è di per sé, comunque, atto intellettualmente sovversivo perché introduce una smagliatura nell’ordine paranoicamente dato delle cose. Non a caso l’unico stile artistico ammesso e apprezzato è quello realistico: che si tratti del realismo socialista di staliniana memoria, degli acquarelli di Hitler e dello stile artistico-architettonico nazionalsocialista, della radicata e perdurante avversione benpensante per l’arte astratta e per le avanguardie in generale. Stando ai canoni di tutti i realismi conservatori, solo la barzelletta, l’avanspettacolo, il reality (appunto!) sono ammissibili, perché confermano il piatto buon senso qualunquista. Il realismo conservatore insegue e asseconda le modeste aspettative che attribuisce, a torto e dal suo orizzonte pessimista, ai cittadini comuni.

Al contrario la politica, la vera politica, non insegue passivamente il consenso di un elettorato esistente, ma convoca uno strato di cittadinanza attiva – tutta da disegnare e che si aggregherà dalle più svariate provenienze, per configurare e dare concreta attuazione a progetti inediti. L’esigenza di questa politica è molecolarmente diffusa nella società italiana, anche fra quanti oggi non hanno rappresentanza o esprimono una propensione debole e minima agli attuali meccanismi rappresentativi. Nuovi potenziali soggetti politici premono sulla società e le istituzioni perché coltivano, più o meno consapevolmente, un intenso desiderio di prendere parola.
La domanda di nuova politica è un affare serio e il conseguente dibattito intellettuale che si sta aprendo rende conto della inevitabile complessità ma anche della intrigante bellezza e passionalità dello scenario che potrebbe dischiudersi. Un gioco serio, un serio ludere: convocare chi vuole partecipare a grandi progetti di trasformazione della società impegnando la propria vita, anche pagando il prezzo necessariamente doloroso dell’abbandono di precedenti orgogliose forme di passione civile. Un produttivo strappo dalla storia di ciascuno, per produrre l’energia necessaria ad alimentare una nuova impresa comune.

Serio ludere –  si gioca insieme, tracciando prima di tutto una rotta comune in quell'avventura straordinaria che è la vita activa, non solo contemplativa del cittadino: politica significa innescare con rigore e passione, con intelligenza e tenacia, una temperatura di fusione tale che ciascuno trovi per l’urgenza del proprio desiderio i modi e i toni per farlo diventare progetto e desiderio urgente per tutti.

La ridefinizione del campo politico richiede da un lato un atteggiamento tragico: l’abbandono delle forme del passato comporta la non facile (e non sempre indolore) rinuncia agli automatismi che rassicuravano le vecchie identità – passioni, razionale perseguimento di fini, esperienze relazionali – e richiede un salto in avanti, verso una nuova posizione che troverà piena legittimità solo ex post, dopo la vittoria. Ma la nascita della nuova politica dalle larve del passato richiede anche un atteggiamento felice, ispirato dalla spinoziana gioia della libertà – esercizio creativo che vanifica lo sguardo indurito del senex, l’arteriosclerosi ideologica della ripetizione infeconda. 

Se si rompe la connessione diretta, il puer cade con le ali spezzate. E quando cade noi perdiamo il senso urgente, bruciante del nostro scopo e cominciamo invece la lunga marcia processionale attraverso i palazzi del potere, verso il Vecchio Re malato e dal cuore indurito, che spesso si traveste ed è indistinguibile da un Vecchio saggio infermo. [...] L'aspetto puer sta nella ricerca  – la dynamis degli eterni ‘perché’ del bambino, la quest,o la contestazione, i tentativi, l'avventurarsi – che afferra l'io da dietro e lo spinge in avanti.

James Hillman, Senex et puer

Un nuovo punto di vista può trasformare l’esistente solo se la sua nascita è indistricabilmente connessa con la trama del mondo che c’è. Aggredire il passato alle spalle: per fare attrito, per suscitare nuove scintille di senso è necessario farla finita con la dialettica del rancore, con il ricatto interminabile di antiche contese, i residui di costruzioni politiche andate in rovina che mutano di segno e producono oggi reducismo e faide, o ingiustificate rendite di posizione. Solo una revisione genealogica delle tradizioni politiche, consente di far fruttare le eredità ricevute.

Nel clima del nostro tempo, improntato a una deprimente opacità della ragione e delle passioni, pare che l’unico affanno, trasversalmente condiviso, sia negare cittadinanza a qualsiasi parola che abbia una risonanza progettuale. Ma l’atteggiamento veramente politico è proprio quello di chi vede nella crisi un’occasione: oggi, nonostante tutto, per quanti sono ancora vivi si apre un varco per l’esodo dalle rispettive, logorate appartenenze. Stagione breve, prima che il ghiaccio si richiuda, nella quale può emergere una politica lungimirante, capace di innescare irreversibilmente un processo di crescita civile della società italiana.