FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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editoriale
Il forum delle idee è nato nel 2007 dalla premessa che fare politica è fare attrito con l’esistente, non accomodarsi sul senso comune; disegnare scenari prima imprevedibili, non acquarellare il mondo che c’è. La politica è decisione per far accadere le cose>>
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Fiorello Cortiana
La crisi anche come opportunità

A che serve l'Italia
lunedì, 17 maggio alle ore 18,30 al Teatro Parenti di Milano (via Pierlombardo)
organizzato da Umberto Croppi, con Fiorello Cortiana, Peppe Nanni, Sergio Scalpelli, Bruno Tabacci, Marco Vitale
A che serve l'Italia, I incontro, Roma 15 aprile 2010 (Radio radicale- audio integrale)

A che serve l'Italia. La mancanza di un punto di domanda dopo queste parole impegna tutte le persone libere e responsabili a vivere la crisi che il paese sta attraversando non come deriva verso la dissoluzione del patto civile, ma come condizione e opportunità per il cambiamento. A che serve l'Italia è il titolo di un ciclo di incontri organizzati dall’assessore alla Cultura di Roma Umberto Croppi, che dopo il debutto romano vedranno un secondo round lunedì prossimo a Milano.

L'idea è nata anche da una serie di considerazioni sull'afasia politica di questo momento, il fattore che a nostro avviso ha maggiori responsabilità nell'aumento, di elezione in elezione, di un astensionismo consapevole. Favorire l'incontro e la collaborazione tra le idee capaci di rispondere alle grandi questioni che deve affrontare l'Italia, come parte protagonista dell'Europa, è la risposta di maggior efficacia rispetto alle logiche di pura affiliazione dominanti nei partiti. C'è una straordinaria riserva di competenze e di responsabilità che quotidianamente permette la continuità economica e sociale cui occorre dare la parola affinché la politica pubblica torni a riferirsi agli interessi generali di queste e delle future generazioni. È chiaro a tutti che ciò non può essere il prodotto di contrapposizioni sociali e regionali, che non sarà una presunta divisione dell'Italia in piccole patrie a mettere mano a riforme sostanziali capaci di ridare senso e affidabilità popolare alle nostre istituzioni. Piuttosto dietro la politica delle contrapposizioni neotribali rischia di restare immutata la pratica dell'assalto alla cosa pubblica e della dissipazione delle sue risorse economiche con moltiplicazione delle fonti di spesa. Al contrario, occorrono proposte politiche capaci di parola e di azione a fronte delle crisi aperte sul piano internazionale, tanto sul piano dei mercati finanziari che su quello della globalizzazione economica e migratoria, quanto per le questioni ambientali con le sfide del cambiamento del clima.

Occorre quindi un nuovo protagonismo municipale perché migliori la qualità del vivere sociale a partire dai servizi, dai trasporti, dall'ambiente e dalla cultura. Non si tratta di rispolverare ed alimentare lo scontro tra campanili, come è stato con il caso Malpensa-Fiumicino, Roma-Venezia per il cinema e le Olimpiadi, Milano-Torino per Intesa-San Paolo. Si tratta di ridare qualità e poteri di controllo alle assemblee elettive locali, di valorizzare le qualità professionali sulle appartenenze nella selezione dei dirigenti, tanto nella sanità che nella programmazione urbana ed infrastrutturale. Un nuovo municipalismo deve dare vita a reti di collaborazione per progetti capaci di innovare l'Italia. L'Expo del 2015, sui temi legati alla filiera agroalimentare e all'innovazione energetica, può costituire un importante banco di prova per una rete collaborativa del municipalismo italiano.

Non possiamo rassegnarci a essere spettatori di un'occasione perduta dentro all'autoreferenzialità degli interessi particolari che si contendono le risorse normative e finanziarie pubbliche. Questo processo di riqualificazione della politica si avrà se i cittadini italiani saranno una comunità, una opinione pubblica avvertita, non solo telespettatori divisi per share audiovisivo che si esprimono attraverso sondaggi. Per questo la possibilità di avere una partecipazione informata, attraverso gli organi di informazione e il grande spazio pubblico di Internet, a partire dalle questioni del proprio quartiere e del municipio, favoriscono l'assunzione di responsabilità in luogo dell'indifferenza fatalistica.

La proposta lanciata da Croppi con A che serve l'Italia va in questa direzione. Lunedì, 17 maggio alle ore 18,30 al Teatro Parenti di Milano il professore Marco Vitale e Bruno Tabacci si confronteranno intorno alla questione fiscale come questione politica, cui si lega la capacità di sovranità pubblica. Quando la percentuale di elusione e di evasione fiscale arriva al trenta per cento il problema non è solo di gettito per le casse dello Stato, il problema riguarda la legalità e la trasparenza degli attori economici e finanziari del Paese. Detrarre tutto, detrarre tutti questo il tema su cui ci si confronterà. E si tratterà poi di impegnare il Parlamento e le competenze professionali in una complessa istruttoria per la fattibilità di una riforma che implica trasparenza e responsabilità diffuse. Se relazioniamo questo problema con la fragilità che manifesta la classe dirigente di fronte alla corruzione, ci rendiamo conto che in una simile deriva sono protagonisti interessi dei mercati internazionali e le mafie locali, non i talenti e le imprese italiane.

L'incontro milanese è promosso da persone che conoscono e hanno conosciuto responsabilità amministrative istituzionali, con diverse esperienze e maggioranze di riferimento. Umberto Croppi, Sergio Scalpelli, Peppe Nanni e anche il sottoscritto sono infatti tutti figli delle stagioni del nuovo protagonismo generazionale, che oggi riscontrano tutti i limiti svianti della contrapposizione destra/sinistra per rispondere all'esortazione del cardinale Carlo Maria Martini con la quale Schiavi, Vitale e Scaparro hanno concluso il Manifesto per Milano, lanciato dal Corriere della Sera: «Cari ragazzi, amate la città e il nostro Paese, e apritevi alla dimensione del mondo. Sappiate prendere a onore la dimensione civile della vita». Una società aperta ed inclusiva, capace di costituire una comunità che partecipa alle sfide internazionali cogliendole come opportunità per un'innovazione qualitativa, è una società capace di futuro. A questo serve l'Italia, su questo deve riconfermarsi il patto civile per una celebrazione non retorica dell'unità nazionale.



15 maggio 2010__________________________________________________________________________________________

Gianfranco Fini, Giuseppe Pisanu
prefazione e postfazione a Fabio Granata, L’Italia a chi la ama. Modello italiano e nuova cittadinanza, Lombardi Editori
testo della proposta di legge Granata-Sarubbi

Il tema della cittadinanza è forse quello che, in questa fase storica, meglio si presta alla riapertura di un dibattito politico reale. Sullo sfondo di una questione caldissima per tutti gli stati europei come quello dell’immigrazione, discutere di cittadinanza, di cosa voglia dire oggi essere cittadino italiano, è già un modo per reagire alla micidiale macchina di semplificazione demagogica, che si è impossessata di questi temi. Frutto di un lavoro di riflessione collettiva in corso da anni, il libro di Fabio Granata indica con chiarezza la possibilità di una nuova sintesi politica che non si arrenda di fronte alla complessità del presente e alla paura del nuovo. Il concetto di cittadinanza, in questa prospettiva, risulta basato su una scelta politica, lontana sia dal mero contrattualismo, sia da legami biologico-territoriali. Analogamente al concetto greco e romano di civitas, l'adesione a una polis o a un'entità politico e istituzionale più grande significa condivisione di uno status legale e giuridico in grado di andare oltre le singole appartenenze, pur rispettandole e valorizzandole.

Un percorso teorico insomma di riconnessione alla Atene periclea del V secolo, come alla visione cosmopolita di Alessandro Magno, ma soprattutto alla Constitutio Antoniana che riconobbe come cittadini romani, a pieno titolo e diritto, tutti gli abitanti dell'Impero, innescando un processo di dinamismo politico e innovazione istituzionale che consentì un notevole ricambio e un considerevole consolidamento statuale per oltre due secoli. Una norma senza la quale non avremmo avuto imperatori come Settimio Severo, Aureliano, Diocleziano, Costantino e Giuliano.

La questione politica della cittadinanza peraltro va ben oltre l'orizzonte dei diritti civili e non può essere ricondotta nel solito stucchevole alveo di altisonanti, quanto ipocriti e poco applicati, 'diritti dell'uomo'. In quanto strumento essenziale di partecipazione democratica, la cittadinanza assume infatti risvolti di consapevolezza e di attivismo tesi alla gestione effettiva dei processi decisionali per il bene comune. Quindi non semplice riconoscimento legale, ma potenzialità, strumento di sintesi ed innovazione politica e progettuale.>>>

Daniele Tranchida

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Luciano Lanna
Spiegare Fini con la 'contraddizione'
Per tanti anni ci siamo ripetuti una frase di Alain de Benoist: «Pensare simultaneamente ciò che sinora è stato pensato contraddittoriamente». Un modo come un altro per sottolineare l'irriducibile essenza contraddittoria della politica moderna. Carlo Galli ha voluto dedicarci il suo ultimo saggio, Perché ancora destra e sinistra?, Roma-Bari, Laterza 2010, sottolineando l'impossibilità di annullare la presenza del fattore-contraddizione. «L'intera civiltà moderna - ha scritto a suo tempo con grande efficacia Eugenio Scalfari - è una foresta di contraddizioni, una grammatica irta di ossimori. Bisognerebbe dedicare un libro, e non basterebbe, a questa nuova modalità del linguaggio, a questa rottura della forma e quindi del pensiero. In politica, nell'arte, in filosofia. E non si tratta d'un fenomeno di questi ultimi anni; è venuto in superficie da quando la verità assoluta è stata messa in discussione e con essa i canoni che la sostenevano. Picasso ha mandato in pezzi gli ideali classici della bellezza. Nietzsche quelli del sistema filosofico. Joyce l'unità dell'io. Questa è la debolezza e insieme la forza della modernità (ecco un altro ossimoro): di essere contraddittoria, aperta all'imprevisto, magmatica, pragmatica...».>>>

 



12 maggio 2010__________________________________________________________________________________________

 
SUPPLICI A PORTOPALO
dalla tragedia di Eschilo alle parole dei migranti
Alessandro Visca
 
Torino, 10, 11 e 12 maggio 2010
Parigi, Festival de l’Imaginaire, 9 e 10 aprile 2010 (brano video)

Portopalo di Capopassero e Siracusa, 19 e 20 settembre 2009
Rai 3 Suite- servizio radiofonico del 18 settembre 2009

Sulla costa siciliana, divenuta frontiera delle rotte della migrazione del Mediterraneo, un racconto teatrale basato sul dramma Supplici di Eschilo, che mette in scena la difficile decisione della Città di fronte alla richiesta di asilo di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla carestia. La logica del respingimento di chi si presenta a chiedere asilo alle porte della città, è in oggettivo contrasto con il codice etico della gente di mare, ma anche con la sensibilità condivisa di una comunità civile. Ma non basta la carità, non basta la pietà: solo la dimensione politica – insegna già Eschilo 2500 anni fa – può affrontare e risolvere positivamente, nel segno del bene comune, il difficile incontro tra migranti e cittadini.

Eschilo compone le Supplici intorno al 460 a.C.: la tragedia inizia con lo sbarco di un gruppo di migranti in fuga dal loro paese, l’Egitto, giunti a chiedere asilo in Grecia al re della Città, e si conclude con la decisione dell’intera Città di accogliere gli esuli come astóxenoi "stranieri e insieme nuovi cittadini", in nome dei diritti sacri dell’ospitalità.

Portopalo è una città di frontiera sulla punta estrema della Sicilia, un piccolo paese che vive quotidianamente la realtà degli sbarchi e il problema dell’accoglienza, in cui una piccola comunità di pescatori e di contadini è costretta a misurarsi con una legislazione ambigua, a fare i conti con norme restrittive che non fanno parte del codice tradizionale delle genti di mare.

 Portopalo è lo scenario su cui le parole antiche di Eschilo e i racconti dei migranti del nostro tempo acquistano una nuova vitalità>>>

 



22 aprile 2010__________________________________________________________________________________________

 

La presa di parola
Monica Centanni, Peppe Nanni

Nella vicenda politica che si è aperta con la presa di distanza di Gianfranco Fini da Silvio Berlusconi molti commentatori hanno visto solo uno scontro d'ordine tattico per l'equilibrio del potere nell'area del centrodestra. I più avvertiti hanno sottolineato una incompatibilità tra due modi di intendere la politica e i ruoli istituzionali; ma pochissimi hanno registrato il sommovimento profondo di cui questo scisma è segnale perentorio. 

Gli ambienti più conservatori imputano a Gianfranco Fini e al suo ambiente commistioni e confusioni con la cultura di sinistra: e per ‘sinistra’ pare intendersi una immutabile entità metafisica rispetto alla quale ci si definisce scolasticamente a priori, per antitesi.  

Il paradosso è che, contemporaneamente, molti dei più avvertiti intellettuali provenienti dall’area antagonista alla destra, stanno prendendo atto della fine della sinistra, del deperimento della forza definitoria di quella nominazione.

In realtà quello che oggi davvero si apre è un ampio sommovimento geologico delle categorie politiche fin qui efficaci: é evidente che una serie di schemi non hanno più presa sulla realtà, che molte parole vengono agitate nell’agorà politica solo per lanciare insensati anatemi, per continuare a tenere alti steccati di separazione privi di senso concreto, o per rassicurare pigramente identità residuali. Quando non per coltivare l’illusione (errata nei fatti) che il consenso elettorale sia perpetuamente garantito, attingendo voti da serbatoi stagni, tra di loro non comunicanti >>>