FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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Gianfranco Fini, Giuseppe Pisanu
prefazione e postfazione a Fabio Granata, L’Italia a chi la ama. Modello italiano e nuova cittadinanza, Lombardi Editori
testo della proposta di legge Granata-Sarubbi

Il tema della cittadinanza è forse quello che, in questa fase storica, meglio si presta alla riapertura di un dibattito politico reale. Sullo sfondo di una questione caldissima per tutti gli stati europei come quello dell’immigrazione, discutere di cittadinanza, di cosa voglia dire oggi essere cittadino italiano, è già un modo per reagire alla micidiale macchina di semplificazione demagogica, che si è impossessata di questi temi. Frutto di un lavoro di riflessione collettiva in corso da anni, il libro di Fabio Granata indica con chiarezza la possibilità di una nuova sintesi politica che non si arrenda di fronte alla complessità del presente e alla paura del nuovo. Il concetto di cittadinanza, in questa prospettiva, risulta basato su una scelta politica, lontana sia dal mero contrattualismo, sia da legami biologico-territoriali. Analogamente al concetto greco e romano di civitas, l'adesione a una polis o a un'entità politico e istituzionale più grande significa condivisione di uno status legale e giuridico in grado di andare oltre le singole appartenenze, pur rispettandole e valorizzandole.

Un percorso teorico insomma di riconnessione alla Atene periclea del V secolo, come alla visione cosmopolita di Alessandro Magno, ma soprattutto alla Constitutio Antoniana che riconobbe come cittadini romani, a pieno titolo e diritto, tutti gli abitanti dell'Impero, innescando un processo di dinamismo politico e innovazione istituzionale che consentì un notevole ricambio e un considerevole consolidamento statuale per oltre due secoli. Una norma senza la quale non avremmo avuto imperatori come Settimio Severo, Aureliano, Diocleziano, Costantino e Giuliano.

La questione politica della cittadinanza peraltro va ben oltre l'orizzonte dei diritti civili e non può essere ricondotta nel solito stucchevole alveo di altisonanti, quanto ipocriti e poco applicati, 'diritti dell'uomo'. In quanto strumento essenziale di partecipazione democratica, la cittadinanza assume infatti risvolti di consapevolezza e di attivismo tesi alla gestione effettiva dei processi decisionali per il bene comune. Quindi non semplice riconoscimento legale, ma potenzialità, strumento di sintesi ed innovazione politica e progettuale.

Contro identità chiuse, mortifere e residuali, un patto avventuroso (nè avventato, nè avveniristico) per dare all'Italia una nuova forma e un nuovo destino.    

Daniele Tranchida

L'Italia a chi la ama. Modello italiano e nuova cittadinanza
sarà presentato al Salone del Libro di Torino
sabato 15 maggio 2010, alle ore 20

Proposta di legge Granata-Sarubbi
Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza
presentata alla Camera dei Deputati il 30 luglio 2009 TESTO

 

Di seguito riportiamo l’introduzione di Gianfranco Fini e la postfazione di Giuseppe Pisanu al libro di Fabio Granata.

Gianfranco Fini 

prefazione a L’Italia a chi la ama

Non è solo il bel titolo di un bel libro. Non è solo un invito al l’amor di patria, espressione cara ai nostri padri e ai nostri non ni, ma che scalda sempre il cuore, né soltanto un’esortazione all’impegno civico. “L’Italia a chi la ama” contiene anche una certa idea della Nazione, della Nazione come patrimonio collettivo che cresce e si rinnova con l’impegno dei cittadini.

È un’idea quanto mai attuale. Anzi, direi che è l’unico modo di concepire la Nazione in un tempo di enormi mutamenti sociali come quelli che stiamo vivendo in questi anni. Perché non possiamo più permetterci di vivere in modo statico, scettico o distaccato il nostro essere italiani. Non abbiamo più frontiere e barriere a mantenerci nelle nostre comode e programmate certezze del tempo che fu.

Ancor meno di programmate certezze possono disporre i giovani, che dovranno impostare una vita più mobile e flessibile ma contemporaneamente più libera e più ricca di opportunità. L’appartenenza nazionale è destinata insomma ad essere sempre meno un dato burocratico e inerte e sempre più un fatto attivo e dinamico.

L’identità degli italiani evolverà di pari passo alla loro capacità di ridefinire e rafforzare il vincolo solidale che li unisce, di darsi coinvolgenti obiettivi comuni, di accrescere il “capitale sociale”, cioè la ricchezza che viene dalla cooperazione tra cittadini.

Le nazioni camminano: sono progetto e politica, non solo memoria e folklore. Le nazioni camminano: è un’idea attualissima ma non è in fondo un’idea nuova. L’aveva chiara in mente già Gioacchino Volpe, il grande storico della Nazione: “L’Italia in cammino” si intitolava una delle sue opere più note e diffuse. Questa premessa è necessaria per segnare, le “coordinate spirituali” entro cui si muove “il discorso” svolto da Fabio Granata.

Uno dei passi-chiave del volume lo incontriamo quando l’autore osserva: “Un conto è essere burocraticamente italiani, averlo scritto dalla nascita sulla carta d’identità, un altro sentirsi e divenire italiani. L’identità italiana non è qualcosa che si possa conquistare per mero diritto di nascita: italiani si diventa sempre”.

Possiamo affermare che il certificato di cittadinanza non è un documento qualsiasi. Dietro di esso dovrebbe sempre esserci un sentimento, un progetto, una condivisione di valori, un senso di coesione sociale e una percezione di vicinanza alle Istituzioni. Una garanzia di di ritti e un’assunzione di doveri. Dietro il certificato di cittadinanza dovrebbe esserci il senso di appartenenza a un destino comune: quello della Nazione.

L’idea che la cittadinanza non sia un fatto meramente burocratico e che non si possa viverla in modo anodino, ma che sia viceversa un valore talmente importante da impegnare la persona a costruire le proprie relazioni sociali all’insegna della responsabilità verso se stessi, la propria famigliae verso la comunità, è riproposta con forza e urgenza dalle grandi migrazioni che interessano l’Europa in questi anni e dalla conseguente necessità di in cludere gli stranieri nel tessuto civile, culturale e politico della nostra società. È opportuno sottolineare che la popolazione degli immigrati regolari ha ormai superato la quota dei 4 milioni e mezzo, il 7 per cento del totale dei cittadini.

Si tratta di una percentuale destinata a crescere in modo esponenziale nei prossimi anni. Fino a quando sarà possibile eludere le domande di integrazione e cittadinanza provenienti da queste persone? In un quadro peraltro dove è già estremamente difficile affermare il valore della cittadinanza tra gli italiani.

La risposta al problema sta innanzitutto nell’evitare i modelli di integrazione seguiti in altre società europee: penso in particolare all’ “assimilazionismo” francese, da un lato, e al “multiculturalismo comunitario” britannico, dall’altro. I limiti del primo modello sono clamorosamente esplosi, in questi anni, nei disordini scoppiati nelle banlieues parigine e in altre periferie francesi. È sintomatico che ad esserne protagonisti siano giovani immigrati di seconda e anche terza generazione. Tra questi ragazzi abbiamo assistito alla riaffermazione rabbiosa delle “identità pregresse”, quelle dei Paesi d’origine dei loro padri e dei loro nonni.

Quando l’esasperazione del sentimento identitario si fonde con il senso frustrante dell’esclusione sociale, è fatale che si creino forti tensioni politiche. Tanti figli di immigrati possono sentirsi “francesi di serie B”, privi di un’identità precisa. Vivono in una società che proclama l’eguaglianza degli uomini, ma poi si vedono negati tanti diritti, primo fra tutti quello di esprimere nello spazio pubblico la cultura, anche religiosa, che è stata loro trasmessa dalla famiglia.

È sbagliato costringere questi giovani ad avvertire il Paese in cui vivono come la loro “patria”. Non potrà mai esserlo, perché non potranno mai vederlo come la “terra dei padri”, la terra in cui sono nati i loro genitori. Potranno e dovranno percepirlo invece come la loro “nazione”, il luogo cioè della loro cittadinanza attiva, là dove condividono valori universali di fratellanza, dignità e libertà e dove, soprattutto, partecipano alla costruzione di un progetto comune, nella consapevolezza che in quella comunità politica si svolge il loro destino personale e sociale.

Il modello britannico del “multiculturalismo comunitario” produce invece la situazione opposta dell’autoesclusione, come nell’abnorme mosaico etnico- metropolitano di “Londonistan”, tante enclave chiuse e autoreferenziali. I rischi sono il neotribalismo, la frantumazione del legame sociale, l’indebolimento della comunità politica. Il rischio è anche quello di creare un terreno fertile per la diffusione di reti terroristiche, come emerso tragicamente negli attentati di Londra dell’estate del 2005.

I limiti di tale modello derivano dal fatto che la politica d’integrazione non si rivolge in questo caso all’individuo ma alla sua comunità etnica di appartenenza. Non sono cioè posti in primo piano i diritti delle singole persone, ma quelli dei gruppi. Ciò ostacola il dialogo e lo scambio culturale, impedendo all’immigrato di elaborare un proprio personale percorso di inserimento all’interno della società in cuiegli vive e lavora. Una reale integrazione deve quindi trovare un momento fondamentale di affermazione nella valorizzazione della cittadinanza, in quella politica non meno che in quella sociale.

Una cittadinanza nuova per chi arriva e una cittadinanza rinnovata per gli italiani. Quest’ultimo punto, è da considerare strategico: deve diffondersi la consapevolezza che la sfida per l’integrazione ri guarda tutti e che interrogarsi sulla via migliore per inserire i lavoratori stranieri e le loro famiglie nella nostra società equivale a porsi domande decisive sul futuro dell’Italia.

Sono domande che una parte dell’opinione pubblica elude per superficialità o paura. E si tratta di quei settori che vedono la questione dell’immigrazione solo come un problema di sicurezza; che naturalmente esiste, dal momento che non può esservi integrazione senza legalità e senza una lotta rigorosa al fenomeno della clandestinità; ma che non può limitare la capacità della politica di elaborare soluzioni lungimiranti e oltre la logica dell’emergenza, né può immiserire il dibattito pubblico sul nostro comune avvenire.

Della nuova cittadinanza Fabio Granata è uno dei più convinti e coerenti assertori: vi dedica da anni studi, riflessioni, iniziative politiche come quella di grande rilievo che si è recentemente espressa nella presentazione, insieme con un altro parlamentare, Andrea Sarubbi, di una proposta di riforma radicale della legge che regola la materia, risalente al 1992. La proposta prevede di abbassare a cinque anni il tempo di residenza sul nostro territorio che è necessario allo straniero per chiedere la cittadinanza italiana, ma condiziona la concessione di questa allaverifica della presenza di altri requisiti oltre quelli semplicemente amministrativi: conoscenza sia della lingua sia dell’identità culturale e della Costituzione dell’Italia oltre all’adesione ai valori fondamentali della Repubblica. Dalla cittadinanza “burocratica” si passa insomma alla “cittadinanza di qualità”.

Altro punto qualificante della proposta di legge Granata - Sarubbi riguarda i bambini, che sono da considerare italiani fin dalla nascita in Italia pur da genitori stranieri ma regolarmente residenti nel nostro Paese da almeno cinque anni. Godono di eguale diritto i minori che abbiano compiuto un intero ciclo scolastico nelle scuole italiane. Vale la pena sottolineare che i figli di immigrati iscritti nei nostri istituti sono oltre 650 mila. Il modello della “cittadinanza di qualità” può insomma aprire la strada italiana all’integrazione. Naturalmente, possono esserci tanti lavoratori stranieri i quali, pur legalmente residenti da anni, non desiderino diventare “italiani”, pensando magari di tornare prima o poi nella loro terra di origine. Anche a questi cittadini vanno comunque assicurati i diritti di cittadinanza e va combattuta ogni forma di discriminazione sul lavoro e sui diritti ad esso collegati. La partita culturalmente e politicamente decisiva rimane comunque quella della cittadinanza politica. La nostra democrazia non può continuare a escludere una parte crescente di uomini e donne residenti legittimamente sul nostro territorio. Il dibattito politico su questo nodo centrale della modernità dovrà essere all’altezza della nostra tradizione storica e culturale e allo stesso tempo governarele dinamiche della modernità.Scriveva Tocqueville:

“Esiste un amor di patria che ha principalmente la sua fonte in quel sentimento impulsivo, disinteressato e indefinibile, che lega il cuore dell’uomo ai luoghi in cui egli è nato. Questo amore istintivo si confonde col gusto delle antiche usanze, col rispetto degli antenati e le memorie del passato; coloro che lo provano amano il proprio Paese come si ama la casa paterna”.

Esiste poi però un diverso amore di patria, più razionale, meno generoso, forse meno ardente, ma più fecondo e più durevole, che nasce dall’educazione, si sviluppa con l’aiuto delle leggi, cresce con l’esercizio dei diritti e rivendica una partecipazione attiva alla vita della Polis, indipendentemente dalla situazione di origine di ciascun individuo. L’Italia possiede, forse più di altri Paesi, le risorse storiche e culturali per suscitare nei nuovi cittadini un simile sentimento.

Il fenomeno delle grandi migrazioni – osserva Fabio Granata – riapre infatti uno scenario che l’Italia già conosce e su cui ha mo dellato il suo passato: le dinamiche storiche di contaminazione culturale costituiscono l’humus su cui il nostro Paese ha costruito i suoi primati. Non esiste e non è mai esistita un’Italia etnica e chiusa alle differenze”.

Ripensare la cittadinanza vuol dire, per noi italiani, ripensarci come Nazione e riscoprire ciò che siamo e che, in una certa misura, siamo sempre stati.

 

 

Giuseppe Pisanu
postfazione a L'Italia a chi la ama

Fabio Granata mi ha chiesto di riproporre in questa postfazione alcune mie recenti riflessioni sull’approccio globale al tema dell’immigrazione. Lo faccio volentieri, con la speranza che servano a mettere in luce i contenuti essenziali di questo libro e soprattutto gli obiettivi limpidamnte politici che esso persegue.

Come diceva Aldo Moro “È compito della politica dominare i fatti con l’intelligenza e condurli verso il bene comune”.

L’immigrazione è un fatto grandioso e complesso, destinato a segnare profondamente i processi economici, sociali, culturali e politici di questo secolo. Quando in Europa si parla di “approccio globale” all’immigrazione si allude tanto alla dimensione continentale e planetaria del fenomeno, quanto ai numerosi problemi che esso pone alle istituzioni europee ed a quelle dei singoli Stati: l’accoglienza, l’asilo, l’integrazione degli immigrati regolari, il contrasto all’immigrazione clandestina, il controllo delle frontiere, nonché la gestione dei rapporti tra paesi d’origine, di transito e di arrivo dei migranti.

Dobbiamo riconoscere che qui in Italia questo approccio globale è mancato al confronto politicoparlamentare: tanto che an cora oggi si discute in maniera frammentaria di immigrazione, spesso sotto la spinta di eventi negativi e con la fretta di rispondere alle pressioni della pubblica opinione. Così ci siamo smarriti dietro i particolari e abbiamo perduto la visione completa del fenomeno: abbiamo sentito lo schianto del singolo albero che cadeva, ma non il respiro ampio della foresta.

Eppure negli ultimi anni la politica europea sulle migrazioni ha fatto cadere molti pregiudizi, ha dissipato molte paure ed ha ampliato il suo orizzonte. Cito a questo proposito un documento ufficiale di qualche mese fa: “L’approccio globale riflette la profonda trasforma zione su bita negli ultimi anni dalla dimensione esterna della politica di migrazione europea: da un’im postazione incentrata princi pal - mente sulla sicurezza e fo calizzata sulla riduzione delle pressioni migratorie si è passati a un approccio più trasparente ed equilibrato, guidato da una migliore comprensione di tutti gli aspetti del fenomeno e volto a migliorare le misure di accompagnamento e di gestione dei flussi migratori, per trasformare migrazione e mobilità in forze positive a favore dello sviluppo”.

Si tratta di un largo cambiamento di rotta, sul quale noi italiani dobbiamo riflettere seriamente anche per recuperare i ritardi che abbiamo accumulato rispetto ad altri paesi. Ritardi dovuti in gran parte al fatto che l’immigrazione ci ha colti quasi alla sprovvista, mettendo a nudo l’inadeguatezza delle strutture materiali, degli strumenti giuridici e culturali che sono necessari per governare l’ingresso, l’accoglienza e l’inserimen to dei migranti nel nostro tessuto economico e sociale.

Per inquadrare correttamente il fenomeno, noi dobbiamo innanzitutto prendere atto che la mobilità umana è ormai il tratto forse più importante della globalizzazione. Basti qui osservare che nel 2005 oltre 800 milioni di persone hanno viaggiato da una nazione all’altra per turismo e lavoro. Nello stesso anno i migranti sono stati 200 milioni, ossia il 3 per cento dell’intera popolazione mondiale. Oggi il 12% della popolazione presente in Europa occidentale è costituita da immigrati. In Italia, come è noto, sono circa il 6,5 per cento ma producono già il 9,6 per cento del prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Naturalmente, la mobilità che a noi interessa più da vicino è quella determinata dai grandi squilibri demografici, economici e politici che affliggono il pianeta. Finché ci saranno questi squilibri ci saranno migrazioni di massa: migrazioni dai paesi che producono molti figli e poca ricchezza verso i paesi che producono molta ricchezza e pochi figli.

Ha scritto Livi Bacci, autorevole studioso della materia: “Senza l’apporto dell’immigrazione, l’orizzonte europeo sarebbe in netto declino demografico”. Ma possiamo tranquillamente aggiungere: economico e politico. Ricordo qui, per inciso, che mentre 100 anni fa l’Europa occidentale ospitava il 17 per cento della popolazione mondiale, oggi ne ospita il 7 per cento. Nel 2050, immigrazione permettendo, scenderemo al 5 per cento mentre gli africani saliranno al 20 per cento. Se la demografia è un fattore di potenza, c’è da riflettere sul ruolo dell’Unione Europea nel contesto multipolare. In particolare ragionando su dati “certi e robusti”, Livi Bacci prevede per i prossimi due-tre decenni sia un aumento della domanda d’immigrazione da parte dei maggiori paesi europei, sia un aumento dell’offerta da parte dei paesi che si affacciano sulle rive del Sud ed Est del Mediterraneo.

Vale la pena sottolineare che questa crescita delle migrazioni in direzione Sud-Nord si accompagnerà tuttavia ad una fase di considerevole sviluppo delle sponde africane e mediorientali. La stessa area, includendo il Golfo Persico, assorbe già il 10 per cento delle esportazioni italiane; e fra qualche anno arriverà a produrre più del 5 per cento del PIL mondiale. Lì si colloca, dunque, la prima frontiera italiana della globalizzazione. Nel Mediterraneo che sta tornando al centro dello sviluppo globale, grazie anche all’incremento dei traffici con le nuove potenze della Cina e dell’India; nel Mediterraneo, dicevo, non si muovono soltanto migranti regolari e carrette del mare. Si muovono anche quantità crescenti di risorse energetiche, merci varie e ca pitali che l’Italia deve saper intercettare, svolgendo con intelligenza il suo duplice ruolo di frontiera esterna e di grande molo mediterraneo dell’Europa. In questa prospettiva l’immigrazione regolare può diventare un indistruttibile ponte umano tra le due sponde e saldare, nel segno della pace, l’anello ancora spezzato del Mediterraneo.

Tornando alla dimensione globale del fenomeno, voglio richiamare una previsione di medio-lungo termine delle Nazioni Unite, secondo la quale, da qui al 2050 entreranno nel mondo del lavoro 438 milioni di uomini e donne: il 97 per cento proverrà dai paesi in via di sviluppo. Ciò comporterà una gigantesca ridistribuzione della forza-lavoro. Basterebbe questo dato per sostenere l’esigenza di un governo mondiale delle migrazioni. Allo stato attuale delle cose sembra una utopia. Resta comunque il fatto che il fenomeno può essere vantaggioso per tutti (per i paesid’origine e di destinazione, come per i migranti) e che, dunque, vi è l’interesse comune a gestirlo insieme e nel miglior modo possibile.

Tra le aree più sviluppate del pianeta, l’Europa è quella demograficamente più debole e quindi più bisognosa di immigrazione. Al meno per i prossimi cinquanta anni, il suo benessere di penderà dalla sua capacità di attrarre e integrare lavoratori stranieri. Il problema è ancora più pungente per il nostro paese che, come è noto, registra tassi di natalità tra i più bassi del conti nente.

Dati sicuri – cioè fondati sull’attuale consistenza demografica – ci dicono che nei prossimi 30 anni l’Italia avrà bisogno mediamente di 200-300.000 nuovi immigrati all’anno per mantenere invariato il numero dei cittadini in età lavorativa. Questo vuol dire che d’ora innanzi l’Italia e l’Europa dovranno includere l’immigrazione tra i parametri essenziali per definire i loro obiettivi pubblici di prosperità, coesione sociale e sicurezza interna. E, come suggerisce l’approccio globale, dovranno considerare e gestire il fenomeno nell’ottica dello sviluppo complessivo.

Fino a ieri, pur traendone enormi benefici, l’Europa ha percepito l’immigrazione in maniera negativa; e pertanto ha adottato politiche sostanzialmente difensive, rivolte cioè a contrastare la immigrazione clandestina e a limitare quella regolare. Le resistenze maggiori sono venute e ancora vengono dalle forti identità nazionali europee, generalmente forgiate su singoli cep pi etnici e religiosi, fiere di se stesse e piuttosto riluttanti a subire intrusioni che possano alterarne i tratti costitutivi. Ma quello che oggi ci chiede l’approccio globale all’immigrazione non è la resa delle nostre identità, bensì l’apertura delle nostre società ad energie umane e culture diverse che possono arricchirle e farle progredire.

Personalmente sono convinto che le radici giudaicocristiane hanno una grande e vitale forza unitiva, di cui deve nutrirsi la co struzione europea. Ma l’unità dell’Europa non può basarsi esclusivamente sul passato, cioè sulle tradizioni e sulle culture nazionali che, per taluni aspetti, ancora ci dividono. Deve ba - sarsi anche su un progetto comune per il futuro che ci unisca veramente.

Questo futuro comune noi possiamo offrirlo alle minoranze in crescita degli immigrati mediante una gestione oculata e umanamente aperta dei processi migratori. Se per oltre duemila anni le nostre società sono cresciute sull’antico ceppo greco-romano e giudaicocristiano, perché mai non dovrebbero continuare a crescere con l’apporto di altre sensibilità e altre culture, come hanno fatto e continuano a fare, attraverso l’immigrazione, gli Stati Uniti d’America, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda?

Che senso ha coltivare l’incubo di Babele, confusa tra molte lingue e poi miseramente atterrata, mentre a New York e nelle nuovissime capitali degli emirati si parlano 150 lingue diverse?

Certo, la storia e le identità pesano, ma la storia avanza e le identità si evolvono. E si evolvono aprendosi, non chiudendosi ringhiosamente in se stesse per poi scagliarsi l’una contro l’altra: il sogno di Bin Laden, di tutti i fanatismi, di tutti i terrorismi. In realtà, come l’alternativa al dialogo è lo scontro, così l’alternativa all’immigrazione regolare è per noi il declino demografico, economico e politico.

L’immigrazione però non è solo una necessità storica, è anche il fattore principale di un mutamento di fase che dobbiamo capire in profondità e governare positivamente come una forza di progresso. La prima grande difficoltà pratica che l’Unione Europea incontra nella gestione di una politica comune per l’immigrazione è l’assoluta inadeguatezza delle risorse finanziarie disponibili. Nonostante ciò, l’impegno dell’Unione riesce sem - pre più ad armo nizzare e unificare i programmi dei singoli governi. Perciò oggi un’accorta politica nazionale deve fare prevalente affidamento sulle risorse proprie e, allo stesso tempo, deve puntare sull’orizzonte europeo, allungando lo sguardo all’obiettivo lontano, ma non impossibile, di un governo mondiale delle migrazioni. Oggi i governi nazionali sono costretti a procedere tra Scilla e Cariddi: mentre da un lato debbono garantire i flussi richiesti dal mondo economico, dall’altro debbono tranquillizzare le lo ro opinioni pubbliche in apprensione per la sovranità, l’identità e la sicurezza.

I media, in genere, non aiutano. Anzi, concentrandosi sugli aspetti più immediati e controversi dell’immigrazione, ne accentuano la percezione negativa. E frequentemente la politica, in vece di sedare, cavalca la paura, in cambio di facili consensi. Na - scono così risposte di corto respiro che se placano per qualche giorno i cittadini, molto spesso generano incertezza e confusione. A tal punto da compromettere gli stessi fondamenti normativi e le ordinarie attività di governo dei processi migratori.

Esemplare a questo proposito è il caso dell’immigrazione clandestina via mare. Essa non ha mai rappresentato più del 5-10 per cento dell’immigrazione clandestina totale in Italia; e tuttavia tragedie autentiche eclamore mediatico l’hanno elevata ad espressione esclusiva dell’immigrazione irregolare e su di essa, solo su di essa, si sono appuntate attenzioni e speculazioni politiche. La prima conseguenza è che si è perso di vista il restante 90-95 per cento di clandestini; e la seconda è che sull’onda delle cronache e degli allarmi si è diffamata la nozione stessa di immigrazione regolare, fino a farla scadere nell’equazione immigrato = delinquente.

Sicuramente l’immigrazione clandestina è la patologia grave di un fenomeno positivo e come tale va combattuta. Essa, infatti, ha una forte incidenza sull’andamento della delittuosità complessiva, suscita allarme sociale e rende più difficile la stessa integrazione dei migranti regolari. Non a caso il contrasto ai clandestini ha dominato lungamente la politica europea in materia, dando luogo a misure diverse, sempre legittime, talvolta inapplicabili, talaltra crudeli.

Ancor oggi, pur conoscendone i limiti, si insiste su queste misure di contrasto. Ma l’opinione prevalente in Europa – cito un documento ufficiale – è che “una gestione strutturata della migrazione legale e una efficace lotta contro l’immigrazione clandestina vadano considerate anche come strumenti per favorire le sinergie tra le migrazioni e lo sviluppo”.

È una impostazione corretta che avalla la tesi secondo cui lo strumento più efficace contro l’immigrazione clandestina è il governo sapiente di quella regolare. L’esperienza italiana degli accordi bilaterali ci ha dimostrato che senza la collaborazione dei paesi di origine e di transito è impossibile contrastare efficacemente l’immigrazione clandestina. Intanto perché il fenomeno è sotto la crescente in fluenza di grandi organizzazioni criminali; e poi perché, in assenza di contropartite, i governi dei paesi più poveri saranno sempre propensi a chiudere gli occhi sull’emigrazione clandestina: ogni migrante che parte è un pezzo di povertà che va via e, allo stesso tempo, un pezzo di ricchezza che si accinge ad entrare sotto forma di rimessa.

Si tratta di un aspetto assai rilevante, perché oggi, globalmente, il totale delle rimesse degli emigrati è superiore al doppio dei sostegni allo sviluppo che noi paesi ricchi riusciamo a dare al Terzo Mondo. È dunque evidente che l’immigrazione offre un formidabile contributo alla riduzione del divario tra il Nord e il Sud del pianeta e, per vie diverse, alla costruzione della pace.

Ma torniamo, per concludere, all’Italia e, in particolare, al tema più pungente dell’integrazione. Popolo di emigranti per lunga tradizione, nel giro di un secolo, tra il 1876 e il 1976, noi italiani abbiamo mandato in giro per il mondo, compresi i rientri, circa 24 milioni di connazionali. Con sudore e lacrime essi hanno contribuito a fare la fortuna di tanti altri popoli e con le loro rimesse hanno alimentato la crescita economica e sociale dell’Italia unita. Nel giro di pochi anni, abbiamo rovesciato la tendenza e siamo diventati meta di impetuose ondate migratorie, fino a raggiungere rapidamente i livelli medi europei di immigrazione. Ma proprio per questo non siamo riusciti a metabolizzare il fenomeno.

E infatti nella nostra società si moltiplicano non solo i segnali di rigetto (intolleranza, xenofobia e razzismo) da parte degli italiani, ma anche i segnali di protesta e ribellione da parte degli immigrati. Non dobbiamo sottovalutarli. Oggi, con la recessione in atto, con la perdita continua di posti di lavoro e l’accentuarsi della conflittualità sociale c’è da temere il peggio. Il rischio maggiore è costituito dagli immigrati di seconda generazione, nati o comunque cresciuti in Italia, perché in questo contesto possono formare massa critica e scatenare protesta e violenza. È dunque innanzitutto su di loro che dobbiamo intervenire, sottraendoli all’emarginazione e confidando sulla loro naturale attitudine a conciliare la modernità con la cultura dei padri.

Si è fin troppo discusso di integrazione alla maniera francese, inglese, olandese o portoghese; alla maniera cioè di paesi che hanno preso dimestichezza con l’immigrazione grazie alla loro esperienza colonialista. Ma, al di là di certe astrazioni, non esistono modelli compiuti e ben riusciti che si possano tranquillamente acquisire. Esistono, invece, pratiche efficienti di gestione pubblica dell’immigrazione che dobbiamo studiare e adattare alla realtà italiana. La nostra esigenza di fondo è inserire proficuamente migliaia e migliaia di lavoratori stranieri e loro familiari nel nostro tessuto economico e sociale, garantendo almeno la pacifica convivenza di identità diverse, nel rispetto dei nostri ordinamenti e delle nostre leggi. Perciò occorre un progetto nazionale per l’immigrazione che definisca la nostra capacità complessiva di accoglienza sia in base alla forza-lavoro che vogliamo attirare, sia in base ai servizi sociali e agli strumenti di integrazione che dobbiamo offrire.

L’anima di un tale progetto non può che essere la scelta del pluralismo: in virtù del quale più religioni e più culture possono convivere e arricchirsi reciprocamente nello stesso spazio nazionale, senza perquesto confondersi in un sincretismo piatto e grigio. Ciò che importa è che gli immigrati, una volta stabilizzati in Italia, entrino a far parte della storia italiana e contribuiscano a fabbricarla con un comune senso dei diritti e dei doveri. Facile a dirsi, difficile a farsi. Molti paesi però lo hanno già fatto e continuano a farlo, tessendo ogni giorno la tela dell’integrazione. Conosciamo tutti le ambiguità e le insidie di questa parola e perciò dobbiamo usarla con oculatezza.

Va detto comunque che l’integrazione non è una operazione umanitaria affidata alla generosità del volontariato, ma una dimensione permanente della politica nazionale affidata alla cultura e alla lungimiranza di tutti i gruppi dirigenti.

Penso che sia questo il punto centrale dell’encomiabile impegno di Fabio Granata.