FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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Luciano Lanna
Spiegare Fini con la 'contraddizione'
Per tanti anni ci siamo ripetuti una frase di Alain de Benoist: «Pensare simultaneamente ciò che sinora è stato pensato contraddittoriamente». Un modo come un altro per sottolineare l'irriducibile essenza contraddittoria della politica moderna. Carlo Galli ha voluto dedicarci il suo ultimo saggio, Perché ancora destra e sinistra?, Roma-Bari, Laterza 2010, sottolineando l'impossibilità di annullare la presenza del fattore-contraddizione.

«L'intera civiltà moderna - ha scritto a suo tempo con grande efficacia Eugenio Scalfari - è una foresta di contraddizioni, una grammatica irta di ossimori. Bisognerebbe dedicare un libro, e non basterebbe, a questa nuova modalità del linguaggio, a questa rottura della forma e quindi del pensiero. In politica, nell'arte, in filosofia. E non si tratta d'un fenomeno di questi ultimi anni; è venuto in superficie da quando la verità assoluta è stata messa in discussione e con essa i canoni che la sostenevano. Picasso ha mandato in pezzi gli ideali classici della bellezza. Nietzsche quelli del sistema filosofico. Joyce l'unità dell'io. Questa è la debolezza e insieme la forza della modernità (ecco un altro ossimoro): di essere contraddittoria, aperta all'imprevisto, magmatica, pragmatica...».

Ricordare tutto questo ci è venuto spontaneo dopo aver letto Enzo Palmesano, Gianfranco Fini. Sfida a Berlusconi, Reggio Emilia, Aliberti editore, 2010 un libro di taglio giornalistico  e di buon giornalismo politico  che interviene quasi in presa diretta sulle più recenti vicende del centrodestra italiano tentando di fornire un'interpretazione non superficiale della parabola politica della destra d'inizio millennio. «Questo nostro sforzo di analisi - spiega l'autore -  come tutte le cose umane è incompleto e limitato». Ma, poi aggiunge, la sua originalità starebbe proprio nel valore aggiunto di chi l'ha scritto, che per trent'anni ha fatto politica attiva a destra, anche come componente del Comitato centrale del Msi-Dn e membro dell'Assemblea nazionale di An, giornalista e capo del servizio politico del Secolo fino al 1996, autore dell'emendamento di condanna del razzismo e della xenofobia al Congresso di Fiuggi, e che poi esce dal partito nel 2003. «Io - però spiega - non sono mai stato un 'uomo di destra', ho militato nel partito da 'fascista di sinistra'. Comprendo che è difficile capire il significato di questa contraddizione, ma è stata la sostanza del mio impegno politico». Pertanto Palmesano utilizza come principale 'categoria' per spiegare dall'interno l'universo antropologico ed esistenziale - ancor prima che politico - collocabile a destra nell'Italia del secondo Novecento quella di 'fascismo immaginario'. Introdotta a suo tempo dallo storico Franco Cardini, l'espressione, aggiunge Palmesano, «non sembri una formulazione intellettualistica». Si tratta invece, non solo a suo dire, della sostanza con cui tanti giovani, hanno riempito le proprie esistenze attraverso una sintesi culturale eretica, anarchica, "di sinistra", un 'fascismo immenso e rosso', appunto un 'fascismo immaginario' che non s'è mai espresso storicamente «ma che tuttavia è riuscito a calamitare anche intelligenze non banali».

Spiega Palmesano: «Avevo e avevamo chiamato 'fascismo' la nostra ribellione giovanile, la nostra voglia di cambiamento, il nostro essere dalla parte dei più deboli, con gli operai delle fabbriche in crisi e nelle battaglie ambientaliste. Stare dalla parte degli immigrati e, allo stesso tempo, dirsi 'fascisti'. È la suprema contraddizione. è il fascino della contraddizione...».

E torniamo al punto di partenza del nostro ragionamento. «Quando andavo a Castelvolturno a distribuire volantini a favore degli immigrati con il titolo "I rautiani contro il razzismo" - leggiamo nell'introduzione - dicevano "Palmesano è incompatibile con la destra". Ed è la vendetta della storia: adesso è Fini a essere additato come incompatibile con la destra se parla di diritti degli immigrati». Il fatto è, ne arguisce Palmesano, che il vero strappo compiuto da Fini sta proprio nell'archiviazione dell'almirantismo, definito «la declinazione missina del cesarismo».

Da questo punto di vista, leggiamo ancora, l'accusa di 'tradimento' da alcuni settori rivolta nei confronti di Gianfranco Fini non sarebbe altro che la prova provata del superamento dell'almirantismo. A cominciare dalla radicale revisione del giudizio storico e politico sul Sessantotto. «Se oggi esiste - disse Fini in un discorso riportato nel libro - più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono i lasciti del primo Sessantotto. La destra non capì il Sessantotto, non capì i giovani, la destra perse una grande occasione». Parole che mandavano oggettivamente in archivio l'eredità di Almirante e dell'almirantismo, «la maschera opportunistica - dice Palmesano - del neofascismo».

L'altro aspetto messo in evidenza da Palmesano, in controtendenza con tutti gli altri osservatori, è il controverso rapporto tra la destra e il mondo berlusconiano. Per Palmesano, infatti, il 24 novembre 1993, quando Berlusconi si espresse a favore del segretario missino nel ballotaggio contro Rutelli per la carica di sindaco di Roma, si segnava in realtà lo stop «alla possibile espansione con ambizioni maggioritarie della destra». La caduta del Muro di Berlino, con il crollo del comunismo reale, e la fine della prima Repubblica, con la scomparsa dei vecchi partiti centristi, avevano improvvisamente aperto un varco nel recinto in cui era come rinchiuso il Msi. Alle elezioni romane, già al primo turno, Fini aveva raccolto il parte il blocco sociale alternativo alla sinistra, per poi fermarsi al 47 per cento del ballottaggio. Voti ormai in libera uscita che stavano individuando una collocazione a destra. «Ma la discesa in campo di Berlusconi - rileva Palmesano - chiuse di nuovo il recinto, ora allargandone ora restringendone i confini. In maggioranza, al governo, nei consessi internazionali, Fini era comunque il rappresentante del recinto, le cui chiavi erano tenute saldamente da Berlusconi». Il paradosso, leggiamo, è che Berlusconi è dall'inizio «il muro che ha bloccato l'espanzione di An». Non mancano nel libro ulteriori pezze d'appoggio che spiegano nel profondo quanto sta avvenendo a destra. Per non dire dei documenti allegati, dal discorso di Fini alla Direzione nazionale del Pdl sino a una bibliografia appropriata.

Tralasciando alcune frecciatine 'umane troppo umane' dell'autore (che guastano un po' la serenità necessaria alla ricostruzione), non mancano una serie di aperture di credito nei confronti di quella che viene definita «un'operazione culturale che va seguita con attenzione». Palmesano non esclude infatti la possibilità che «le affermazioni di principio di Fini non si trasformino, in tempi brevi o brevissimi, in un radicale e concreto cambiamento di politica». Al punto di citare Giuliano Ferrara, per il quale «non si può escludere che un giorno Fini possa apparire come un modernizzatore a un bacino elettorale che oggi ancora lo rifiuta. Potremmo allora trovarci di fronte a un cambiamento che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare».
 

dal Secolo d'Italia, 13.5.2010