FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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Gianfranco Fini  
prefazione a L’Italia a chi la ama

Non è solo il bel titolo di un bel libro. Non è solo un invito al l’amor di patria, espressione cara ai nostri padri e ai nostri non ni, ma che scalda sempre il cuore, né soltanto un’esortazione all’impegno civico. “L’Italia a chi la ama” contiene anche una certa idea della Nazione, della Nazione come patrimonio collettivo che cresce e si rinnova con l’impegno dei cittadini.

È un’idea quanto mai attuale. Anzi, direi che è l’unico modo di concepire la Nazione in un tempo di enormi mutamenti sociali come quelli che stiamo vivendo in questi anni. Perché non possiamo più permetterci di vivere in modo statico, scettico o distaccato il nostro essere italiani. Non abbiamo più frontiere e barriere a mantenerci nelle nostre comode e programmate certezze del tempo che fu.

Ancor meno di programmate certezze possono disporre i giovani, che dovranno impostare una vita più mobile e flessibile ma contemporaneamente più libera e più ricca di opportunità. L’appartenenza nazionale è destinata insomma ad essere sempre meno un dato burocratico e inerte e sempre più un fatto attivo e dinamico.

L’identità degli italiani evolverà di pari passo alla loro capacità di ridefinire e rafforzare il vincolo solidale che li unisce, di darsi coinvolgenti obiettivi comuni, di accrescere il “capitale sociale”, cioè la ricchezza che viene dalla cooperazione tra cittadini.

Le nazioni camminano: sono progetto e politica, non solo memoria e folklore. Le nazioni camminano: è un’idea attualissima ma non è in fondo un’idea nuova. L’aveva chiara in mente già Gioacchino Volpe, il grande storico della Nazione: “L’Italia in cammino” si intitolava una delle sue opere più note e diffuse. Questa premessa è necessaria per segnare, le “coordinate spirituali” entro cui si muove “il discorso” svolto da Fabio Granata.

Uno dei passi-chiave del volume lo incontriamo quando l’autore osserva: “Un conto è essere burocraticamente italiani, averlo scritto dalla nascita sulla carta d’identità, un altro sentirsi e divenire italiani. L’identità italiana non è qualcosa che si possa conquistare per mero diritto di nascita: italiani si diventa sempre”.

Possiamo affermare che il certificato di cittadinanza non è un documento qualsiasi. Dietro di esso dovrebbe sempre esserci un sentimento, un progetto, una condivisione di valori, un senso di coesione sociale e una percezione di vicinanza alle Istituzioni. Una garanzia di di ritti e un’assunzione di doveri. Dietro il certificato di cittadinanza dovrebbe esserci il senso di appartenenza a un destino comune: quello della Nazione.

L’idea che la cittadinanza non sia un fatto meramente burocratico e che non si possa viverla in modo anodino, ma che sia viceversa un valore talmente importante da impegnare la persona a costruire le proprie relazioni sociali all’insegna della responsabilità verso se stessi, la propria famigliae verso la comunità, è riproposta con forza e urgenza dalle grandi migrazioni che interessano l’Europa in questi anni e dalla conseguente necessità di in cludere gli stranieri nel tessuto civile, culturale e politico della nostra società. È opportuno sottolineare che la popolazione degli immigrati regolari ha ormai superato la quota dei 4 milioni e mezzo, il 7 per cento del totale dei cittadini.

Si tratta di una percentuale destinata a crescere in modo esponenziale nei prossimi anni. Fino a quando sarà possibile eludere le domande di integrazione e cittadinanza provenienti da queste persone? In un quadro peraltro dove è già estremamente difficile affermare il valore della cittadinanza tra gli italiani.

La risposta al problema sta innanzitutto nell’evitare i modelli di integrazione seguiti in altre società europee: penso in particolare all’ “assimilazionismo” francese, da un lato, e al “multiculturalismo comunitario” britannico, dall’altro. I limiti del primo modello sono clamorosamente esplosi, in questi anni, nei disordini scoppiati nelle banlieues parigine e in altre periferie francesi. È sintomatico che ad esserne protagonisti siano giovani immigrati di seconda e anche terza generazione. Tra questi ragazzi abbiamo assistito alla riaffermazione rabbiosa delle “identità pregresse”, quelle dei Paesi d’origine dei loro padri e dei loro nonni.

Quando l’esasperazione del sentimento identitario si fonde con il senso frustrante dell’esclusione sociale, è fatale che si creino forti tensioni politiche. Tanti figli di immigrati possono sentirsi “francesi di serie B”, privi di un’identità precisa. Vivono in una società che proclama l’eguaglianza degli uomini, ma poi si vedono negati tanti diritti, primo fra tutti quello di esprimere nello spazio pubblico la cultura, anche religiosa, che è stata loro trasmessa dalla famiglia.

È sbagliato costringere questi giovani ad avvertire il Paese in cui vivono come la loro “patria”. Non potrà mai esserlo, perché non potranno mai vederlo come la “terra dei padri”, la terra in cui sono nati i loro genitori. Potranno e dovranno percepirlo invece come la loro “nazione”, il luogo cioè della loro cittadinanza attiva, là dove condividono valori universali di fratellanza, dignità e libertà e dove, soprattutto, partecipano alla costruzione di un progetto comune, nella consapevolezza che in quella comunità politica si svolge il loro destino personale e sociale.

Il modello britannico del “multiculturalismo comunitario” produce invece la situazione opposta dell’autoesclusione, come nell’abnorme mosaico etnico- metropolitano di “Londonistan”, tante enclave chiuse e autoreferenziali. I rischi sono il neotribalismo, la frantumazione del legame sociale, l’indebolimento della comunità politica. Il rischio è anche quello di creare un terreno fertile per la diffusione di reti terroristiche, come emerso tragicamente negli attentati di Londra dell’estate del 2005.

I limiti di tale modello derivano dal fatto che la politica d’integrazione non si rivolge in questo caso all’individuo ma alla sua comunità etnica di appartenenza. Non sono cioè posti in primo piano i diritti delle singole persone, ma quelli dei gruppi. Ciò ostacola il dialogo e lo scambio culturale, impedendo all’immigrato di elaborare un proprio personale percorso di inserimento all’interno della società in cuiegli vive e lavora. Una reale integrazione deve quindi trovare un momento fondamentale di affermazione nella valorizzazione della cittadinanza, in quella politica non meno che in quella sociale.

Una cittadinanza nuova per chi arriva e una cittadinanza rinnovata per gli italiani. Quest’ultimo punto, è da considerare strategico: deve diffondersi la consapevolezza che la sfida per l’integrazione ri guarda tutti e che interrogarsi sulla via migliore per inserire i lavoratori stranieri e le loro famiglie nella nostra società equivale a porsi domande decisive sul futuro dell’Italia.

Sono domande che una parte dell’opinione pubblica elude per superficialità o paura. E si tratta di quei settori che vedono la questione dell’immigrazione solo come un problema di sicurezza; che naturalmente esiste, dal momento che non può esservi integrazione senza legalità e senza una lotta rigorosa al fenomeno della clandestinità; ma che non può limitare la capacità della politica di elaborare soluzioni lungimiranti e oltre la logica dell’emergenza, né può immiserire il dibattito pubblico sul nostro comune avvenire.

Della nuova cittadinanza Fabio Granata è uno dei più convinti e coerenti assertori: vi dedica da anni studi, riflessioni, iniziative politiche come quella di grande rilievo che si è recentemente espressa nella presentazione, insieme con un altro parlamentare, Andrea Sarubbi, di una proposta di riforma radicale della legge che regola la materia, risalente al 1992. La proposta prevede di abbassare a cinque anni il tempo di residenza sul nostro territorio che è necessario allo straniero per chiedere la cittadinanza italiana, ma condiziona la concessione di questa allaverifica della presenza di altri requisiti oltre quelli semplicemente amministrativi: conoscenza sia della lingua sia dell’identità culturale e della Costituzione dell’Italia oltre all’adesione ai valori fondamentali della Repubblica. Dalla cittadinanza “burocratica” si passa insomma alla “cittadinanza di qualità”.

Altro punto qualificante della proposta di legge Granata - Sarubbi riguarda i bambini, che sono da considerare italiani fin dalla nascita in Italia pur da genitori stranieri ma regolarmente residenti nel nostro Paese da almeno cinque anni. Godono di eguale diritto i minori che abbiano compiuto un intero ciclo scolastico nelle scuole italiane. Vale la pena sottolineare che i figli di immigrati iscritti nei nostri istituti sono oltre 650 mila. Il modello della “cittadinanza di qualità” può insomma aprire la strada italiana all’integrazione. Naturalmente, possono esserci tanti lavoratori stranieri i quali, pur legalmente residenti da anni, non desiderino diventare “italiani”, pensando magari di tornare prima o poi nella loro terra di origine. Anche a questi cittadini vanno comunque assicurati i diritti di cittadinanza e va combattuta ogni forma di discriminazione sul lavoro e sui diritti ad esso collegati. La partita culturalmente e politicamente decisiva rimane comunque quella della cittadinanza politica. La nostra democrazia non può continuare a escludere una parte crescente di uomini e donne residenti legittimamente sul nostro territorio. Il dibattito politico su questo nodo centrale della modernità dovrà essere all’altezza della nostra tradizione storica e culturale e allo stesso tempo governarele dinamiche della modernità.Scriveva Tocqueville:

“Esiste un amor di patria che ha principalmente la sua fonte in quel sentimento impulsivo, disinteressato e indefinibile, che lega il cuore dell’uomo ai luoghi in cui egli è nato. Questo amore istintivo si confonde col gusto delle antiche usanze, col rispetto degli antenati e le memorie del passato; coloro che lo provano amano il proprio Paese come si ama la casa paterna”.

Esiste poi però un diverso amore di patria, più razionale, meno generoso, forse meno ardente, ma più fecondo e più durevole, che nasce dall’educazione, si sviluppa con l’aiuto delle leggi, cresce con l’esercizio dei diritti e rivendica una partecipazione attiva alla vita della Polis, indipendentemente dalla situazione di origine di ciascun individuo. L’Italia possiede, forse più di altri Paesi, le risorse storiche e culturali per suscitare nei nuovi cittadini un simile sentimento.

Il fenomeno delle grandi migrazioni – osserva Fabio Granata – riapre infatti uno scenario che l’Italia già conosce e su cui ha mo dellato il suo passato: le dinamiche storiche di contaminazione culturale costituiscono l’humus su cui il nostro Paese ha costruito i suoi primati. Non esiste e non è mai esistita un’Italia etnica e chiusa alle differenze”.

Ripensare la cittadinanza vuol dire, per noi italiani, ripensarci come Nazione e riscoprire ciò che siamo e che, in una certa misura, siamo sempre stati.