FORUM DELLE IDEE
20
26 dicembre 2011
temi indice per autore archivio numeri colophon google

Peppe Nanni
Il gioco della verità e della politica



Gli interventi di Gianfranco Fini sulla scena politica, a partire dalla sua presa di parola ai lavori della Direzione Nazionale del Pdl del 22 aprile, hanno rotto un incantesimo orwelliano. Come ha ricordato Sofia Ventura: “Fine della Neolingua – spiegava Orwell – era rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, un pensiero eretico sarebbe stato letteralmente impensabile”. Contro la cattiva retorica della "politica del fare", il discorso efficace di Fini ha dimostrato che le parole sono pietre capaci di infrangere le vetrate del conformismo unanimista. In produttivo attrito con la realtà, la presa di parola è il gesto fondativo della politica, fin dai suoi albori in Grecia:

Parrhesia – il parlare franco, il parlare ‘vero’ – non è una procedura retorica, né didattica, né persuasiva. L’atto del prendere parola è un’azione efficace che si impone, fin dalle sue prime definizioni nell’Atene del V secolo, come dispositivo principe della democrazia in statu nascenti. Parrhesia non è, semplicemente, ‘libertà di parola’: parrhesia è precisamente l’azione per cui, nell’assemblea in cui le leggi sono uguali per tutti i cittadini e tutti i cittadini hanno garantito il diritto di parola, un cittadino si alza in piedi e prende parola, giocando in questa mossa la sua aretè, le sue virtù di sapienza, di tecnica retorica, di coraggio individuale.

Rispetto alla reticenza tutta apollinea dell’oracolo che “non dice e non nega”, parrhesia è atto di coraggio tutto umano, tutto politico. L’atto di parrhesia è un atto di coraggio individuale: il ‘Pericle’ tucidideo si alza in assemblea e mette a rischio il ruolo acquisito, dicendo la verità alla sua città, arrischiando per il bene della polis il proprio ascendente e il proprio prestigio. La parola vera si fa parola efficace: ma è questo un atto pericoloso – così insegna l’esempio storico di Efialte che, agli albori della rivoluzione democratica, mette nel gioco costitutivo della polis la posta della sua stessa vita. A questo punto del procedimento assembleare, Pericle, sulla sua opzione, formulata per l’interesse comune e modulata nello stile parresiastico del ‘discorso vero’, chiede voto e consenso, esponendosi al rischio di una sconfitta ai voti: ma poi, sia che il suo progetto abbia successo, sia che abbia insuccesso, pretende garantita la condivisione della responsabilità attiva dei cittadini che hanno votato in favore della sua  mozione. Sottoporre a giudizio, in assemblea, il proprio progetto, pretendere la verifica del voto, assumere collettivamente la responsabiltà della decisione condivisa, è pratica squisitamente democratica che emancipa l’etica arcaica traducendo il pregio dell’aretè e il senso del prestigio e dell’‘onore’ individuale nella dimensione pubblica, del bene politico condiviso. Nella polis l’eroe dell’epica è diventato il cittadino che, educatosi alla libera parola contro la sopraffazione e l’ingiustizia, prende la parola e dice il vero, per il bene della città.

L’atto del parresiasta non è la mesta e impotente ribellione del più debole, non è neppure l’atto romantico del martire che contrappone la propria postura orgogliosa contro l’ingiustizia del più forte. È, invece, atto di coraggiosa e arrischiata libertà che nella struttura dinamica e agonistica della polis democratica riesce vittorioso, si fa potenza politica: chi sa (chi ha abbastanza virtù) per alzare la voce di fronte al potente conquista sul campo la possibilità di usare questa sua stessa virtù per vincere il gioco agonale della città e quindi (per quanto precariamente) dirigerne le sorti. Salvo rimettere puntualmente in gioco l’efficacia della sua parola, saggiando la sua potenza contro altre, libere, parole. 

Parrhesia si fonda come dispositivo politico, all’interno delle condizioni di isonomia e isegoria ed è quindi un elemento costitutivo dello stile democratico. Parrhesia è quindi un atteggiamento, uno stile dell’azione politica: la postura coraggiosa di un individuo virtuoso capace di esercitare al meglio l’areté dell’umano, e che si alza in piedi e prende la parola di fronte al potere, per mettere in crisi e poi, eventualmente, conquistare proprio il potere. Parrhesia è atto efficace, non semplicemente ‘performativo’: dopo l’arrischiato ‘franco parlare’ l’assemblea democratica potrà decidere di votare o non votare la mozione del cittadino, il tiranno potrà prestare ascolto o mettere a morte il filosofo. Ma comunque, di fronte all’atto parresiastico, non si da una reazione di neutralità, il mondo non è più lo stesso perché la voce libera ha messo in crisi il suono compatto e unitario del mondo: dissonando ha rivelato la possibilità di un’altra, più complessa, armonia.


Tratto da: Il gioco della verità e della politica: Michel Foucault e le lezioni parigine sulla parrhesia, a cura di Monica Centanni, in
“Engramma. La tradizione classica nella memoria occidentale” n. 68 (dicembre 2008).