FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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editoriale
Il forum delle idee è nato nel 2007 dalla premessa che fare politica è fare attrito con l’esistente, non accomodarsi sul senso comune; disegnare scenari prima imprevedibili, non acquarellare il mondo che c’è. La politica è decisione per far accadere le cose>>

 

manifesto di ottobre  
appello agli intellettuali italiani per un nuovo impegno politico-culturale  

laboratorio politico
promosso da Forum delle Idee, Fare Futuro, Libertiamo

primo seminario - Roma 6 ottobre 2010


Sul metodo
Pensiero politico e azione civile: per un rinascimento della politica e della cultura
 
Sul piano politico-sociale: rappresentare gli invisibili

1. contro la corruzione dell’immaginario, una nuova passione della cittadinanza  
2. lo spazio laico della politica: una garanzia per tutti
3. oltre i diritti civili, la libertà politica
 
Sul piano politico-istituzionale: per una Italia plurale e federale
4. federalismo: l’Italia in rete  
5. patriottismo repubblicano  
 
Sul piano politico-culturale: il modello italiano
6. investimento sulla paideia  
7. modello italiano 

Sul metodo: appunti
Il varco che si aperto con Futuro e Libertà è un atto di politica generativa, una decisione perché qualcosa avvenga. Politicamente, cioè nella vita di tutti, con l’azione di tutti. Non c’è politica senza un pensiero che anticipa e accompagna l’azione trasformatrice, non c’è politica senza un pensiero di rottura e slegamento dalle consuetudini. Contro il ricatto paralizzante di passate appartenenze, la politica si svolge nel punto in cui si incontrano immaginazioni diverse che congiurano per un futuro preciso ed esaltante.

Ottobre 2010: questo è il tempo in cui uomini di diversa provenienza si sentono chiamati a sottoscrivere un patto politico. Non una litania di Valori ma un progetto per l’Italia contemporanea, una concreta costruzione fatta di rigore calcolante e impegno attivo: un’esatta passione, mobilitazione di energie intellettuali ed edificazione materiale di un nuovo paesaggio nazionale. Il progetto politico, a differenza delle piccole ideologie strumentalmente destinate a difendere interessi asfittici, è sempre inclusivo, mobile, attento al divenire della società: si offre all’intero corpo dei cittadini, stimola l’attivismo, rifugge dall’esclusività dell’appartenenza, allarga sistematicamente il perimetro della partecipazione alle procedure di formazione della res publica.

Si apre davvero, oggi, un sommovimento geologico delle categorie: se si riesce ad approfittare di questa accelerazione finale, della costruzione di una nuova linea di lettura che considera usurate le vecchie categorie, a partire da destra e sinistra. La questione politica e intellettuale è dividere, chiamandoli per nome, quelli che vogliono migliorare il mondo che c’è e quelli che vogliono conservare l'esistente come il miglior mondo possibile. La difficoltà del passaggio è che, contemporaneamente, occorre un salto per sottrarsi alla dialettica del rancore, al ricatto eterno delle precedenti contese, che sono tutte guerre civili, reducismo, faide, rendite di posizione. Nel processo storico-politico i residui di identità cadaveriche mutano di segno e diventano elementi di mummificazione sistemica. Se politica è non solo rappresentazione ma presentazione dei ‘senza parte’, dei molti che attualmente sono esclusi dalla sfera pubblica, non si tratta di avere soltanto il consenso di un elettorato già esistente, fissato una volta per sempre nella sua configurazione, ma di convocare e dare voce a uno strato di cittadinanza attiva che già esiste ma è disperso in forma molecolare e che deve oggi raccogliersi.

Nel continuum plumbeo di una commedia a regia qualunquista, tesa a negare la politica, nella conseguente irrilevanza culturale e inefficienza politica dei partiti attuali, si apre un varco, per i cittadini liberi, e per tutti gli individui pensanti, non vincolati da antiche appartenenze. Stagione breve, prima che il ghiaccio si richiuda, nella quale condensare una politica lunga, rendere irreversibile la formazione di un nuovo soggetto politico. Prima che sui programmi, la rottura è sul modello antropologico: la linea di frattura descrive un nuovo soggetto politico che, per il bene comune, fa partito perché responsabilmente si fa parte distinguendosi per stile culturale e per etica pubblica.

La corruzione politica non è quella di cui si occupano i tribunali, ma una premessa e una conseguenza della corruzione penalmente rilevante. L’onestà è infatti un prerequisito della politica, è un ovvio valore prepolitico e in sé non può costituire certo un programma. In un clima di diffusa illegalità si spegne ogni barlume di spirito civico e si ingenera un generale scetticismo. In questo contesto nessuno riesce più a credere a un progetto che riguardi davvero lo spazio pubblico e ogni appello al bene comune viene unanimemente percepito come una copertura retorica di interesse puramente personali. La crisi è profonda perché come una vera ruggine l’agente corrosivo ha intaccato indifferenziatamente la consistenza strutturale della politica, la sua tenuta formale. Non sono i partiti ad essere in crisi, ma la politica stessa è in pericolo, perché non ha più parole adeguate per esprimere le sue ragioni. Le parole della politica sono corrose, sono spuntate, non fanno presa sulla realtà, non hanno credito né credibilità.

La politica è oggi scollegata non solo rispetto alle istanze concrete ma anche rispetto all’immaginazione e al desiderio dei cittadini, che vivono ritratti, separati e riparati rispetto a una sfera pubblica occupata da interessi privati e oligarchici. E, paradossalmente solo attraverso il pensiero e l’immaginazione, le idee e il progetto, la politica può ritrovare il senso della realtà, ovvero raggiungere di nuovo una moltitudine afflitta da tempo da rassegnazione esistenziale e da un’epidemica depressione del sentimento pubblico. Fondamentalismi e chiusure iperidentitarie sono prodotti della paura del nuovo, culture regressive che impediscono a una società complessa e multiculturale di attrezzarsi con regole che consentano uno sviluppo armonico. Ma con la paura non si fa grande politica, ci si rannicchia in un atteggiamento difensivo, incapace di governare le sfide del proprio tempo. Solo uno stato laico può garantire la mia libertà religiosa e di pensiero; solo uno stato laico può consentire una convivenza produttiva di diverse fedi, mentalità, costumi. È questa la declinazione laica del valore in sé di una politica che protegge, custodisce, riveste la nuda persona di diritti civili: e così ne fa un cittadino.

Rappresentare gli ‘invisibili’, cioè riconoscere e rappresentare tutti i soggetti potenzialmente attivi oggi confusi nella massa grigia dei non-votanti, così quanti non sono sensibili ai rilevamenti statistici: precari, giovani, immigrati, tutti i renitenti alla socialità politica. Tra i ceti meno rappresentati oggi ci sono proprio le ‘fasce pensanti della popolazione’ dai ricercatori ai professionisti agli studentie in particolare quanti sono stati finora refrattari alla vita politica perché politicamente più esigenti e quindi non corrisposti dalle logiche privatistiche, antipolitiche, anticulturali che spesso in questi anni hanno monopolizzato la sfera pubblica.

La politica non segue né tantomeno contrasta gli interessi, ma li riconosce e poi li governa. Il principale compito intellettuale della politica consiste nel riaccendere l’immaginazione progettuale della società. Uno dei primi, più urgenti, compiti della rinascente politica è comprendere la sfida dell’innovazione e dotarsi delle forme procedurali e istituzionali che ne possano governare i processi e i progressi.Ciò implica l’investimento sull’istruzione, sulla ricerca e sulle nuove sfide dell’apprendimentoche è l’unico modo per avere presa sul futuro. La politica deve dare garanzie a tutti i cittadini di una uguaglianza di partenza che corregga le disparità sociali, assicurata nelle diverse fasi formative attraverso la scuola pubblica, e da là si apre la gara delle individuali virtù. In sostanza: del binomio – già antico e poi rinascimentale – fortuna ac virtus la politica deve tendere a neutralizzare quanto possibile la variante fortuna e garantire l’espressione della virtus, nell’interesse del singolo individuo e per la crescita di tutta la società.


14 settembre 2010
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Peppe Nanni
Rete- tempo- politica


RETE
La Rete si pone come princeps, nuovo inizio, che libera la potenza dell'Evento. La fluidità tra i nessi, il gioco di rifrazione tra i nodi, concepito come campo energetico privo di centro, non affida a nessuna istituzione burocratica le chiavi del cuore avventuroso di questo logos eracliteo (“per quanto tu cammini, non troverai mai i confini dell’anima”) ma moltiplica l'energia, consentendo al sistema di scambio, a Matrix, di concentrarsi nella distensione, strutturando in modo inedito le sue combinazioni molecolari.

RETE-TEMPO
Il tempo veloce e sapiente – insieme ermetico ed ermeneutico –  che la rete e tutti i media della modernità offrono alla nostra esistenza individuale, irrompono nella dimensione politica come un’occasione eccezionale di ripensare anche spazi modi tempi della vita activa. >>>
 

30 luglio 2010_____________________________________________________________

«Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto:
abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano:
è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà.
Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito.
Oh, quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nella pareti di questa gabbia!
Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà – e non esiste più ‘terra’ alcuna!»
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 124

Gianfranco Fini
Dell'inizio
testo integrale della dichiarazione del 30 luglio 2010

Ieri sera in due ore, senza poter esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare perché ritenuto colpevole di, e leggo il documento che é stato approvato ieri sera, "stillicido di distinguo o contarietà nei confronti del governo, critica demolitoria alle decisioni del partito, attacco sistematico al ruolo e alla figura del premier", inoltre avrei "costantemente formulato orientamenti" perfino, pensate che misfatto, "proposte di legge che confliggono con il programma elettorale".

La concezione non propriamente liberale della democrazia che l'onorevole Berlusconi dimostra di avere, emerge anche dall'invito a dimettermi perché, sempre parole del documento, "allo stato è venuta meno la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni".

Ovviamente non darò le dimissioni perché è a tutti noto che il presidente deve garantire il rispetto del regolamento e la imparziale conduzione della attività della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale, modello "amministratore delegato-consiglio di amministrazione", che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni democratiche.>>>


18 giugno 2010_____________________________________________________________

Peppe Nanni
Il gioco della verità e della politica


Gli interventi di Gianfranco Fini sulla scena politica, a partire dalla sua presa di parola ai lavori della Direzione Nazionale del Pdl del 22 aprile, hanno rotto un incantesimo orwelliano. Come ha ricordato Sofia Ventura: “Fine della Neolingua – spiegava Orwell – era rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, un pensiero eretico sarebbe stato letteralmente impensabile”. Contro la cattiva retorica della "politica del fare", il discorso efficace di Fini ha dimostrato che le parole sono pietre capaci di infrangere le vetrate del conformismo unanimista. In produttivo attrito con la realtà, la presa di parola è il gesto fondativo della politica, fin dai suoi albori in Grecia:

Parrhesia – il parlare franco, il parlare ‘vero’ – non è una procedura retorica, né didattica, né persuasiva. L’atto del prendere parola è un’azione efficace che si impone, fin dalle sue prime definizioni nell’Atene del V secolo, come dispositivo principe della democrazia in statu nascenti. Parrhesia non è, semplicemente, ‘libertà di parola’: parrhesia è precisamente l’azione per cui, nell’assemblea in cui le leggi sono uguali per tutti i cittadini e tutti i cittadini hanno garantito il diritto di parola, un cittadino si alza in piedi e prende parola, giocando in questa mossa la sua aretè, le sue virtù di sapienza, di tecnica retorica, di coraggio individuale >>>

 
 
 
16 maggio 2010_____________________________________________________________

Fiorello Cortiana

La crisi anche come opportunità

A che serve l'Italia
lunedì, 17 maggio alle ore 18,30 al Teatro Parenti di Milano (via Pierlombardo)
organizzato da Umberto Croppi, con Fiorello Cortiana, Peppe Nanni, Sergio Scalpelli, Bruno Tabacci, Marco Vitale

A che serve l'Italia, I incontro, Roma 15 aprile 2010 (Radio radicale- audio integrale)

A che serve l'Italia. La mancanza di un punto di domanda dopo queste parole impegna tutte le persone libere e responsabili a vivere la crisi che il paese sta attraversando non come deriva verso la dissoluzione del patto civile, ma come condizione e opportunità per il cambiamento. A che serve l'Italia è il titolo di un ciclo di incontri organizzati dall’assessore alla Cultura di Roma Umberto Croppi, che dopo il debutto romano vedranno un secondo round lunedì prossimo a Milano.

L'idea è nata anche da una serie di considerazioni sull'afasia politica di questo momento, il fattore che a nostro avviso ha maggiori responsabilità nell'aumento, di elezione in elezione, di un astensionismo consapevole. Favorire l'incontro e la collaborazione tra le idee capaci di rispondere alle grandi questioni che deve affrontare l'Italia, come parte protagonista dell'Europa, è la risposta di maggior efficacia rispetto alle logiche di pura affiliazione dominanti nei partiti. C'è una straordinaria riserva di competenze e di responsabilità che quotidianamente permette la continuità economica e sociale cui occorre dare la parola affinché la politica pubblica torni a riferirsi agli interessi generali di queste e delle future generazioni. >>>

15 maggio 2010_____________________________________________________________

Gianfranco Fini, Giuseppe Pisanu
prefazione e postfazione a Fabio Granata, L’Italia a chi la ama. Modello italiano e nuova cittadinanza, Lombardi Editori

testo della proposta di legge Granata-Sarubbi

Il tema della cittadinanza è forse quello che, in questa fase storica, meglio si presta alla riapertura di un dibattito politico reale. Sullo sfondo di una questione caldissima per tutti gli stati europei come quello dell’immigrazione, discutere di cittadinanza, di cosa voglia dire oggi essere cittadino italiano, è già un modo per reagire alla micidiale macchina di semplificazione demagogica, che si è impossessata di questi temi. Frutto di un lavoro di riflessione collettiva in corso da anni, il libro di Fabio Granata indica con chiarezza la possibilità di una nuova sintesi politica che non si arrenda di fronte alla complessità del presente e alla paura del nuovo. Il concetto di cittadinanza, in questa prospettiva, risulta basato su una scelta politica, lontana sia dal mero contrattualismo, sia da legami biologico-territoriali. Analogamente al concetto greco e romano di civitas, l'adesione a una polis o a un'entità politico e istituzionale più grande significa condivisione di uno status legale e giuridico in grado di andare oltre le singole appartenenze, pur rispettandole e valorizzandole.

Un percorso teorico insomma di riconnessione alla Atene periclea del V secolo, come alla visione cosmopolita di Alessandro Magno, ma soprattutto alla Constitutio Antoniana che riconobbe come cittadini romani, a pieno titolo e diritto, tutti gli abitanti dell'Impero, innescando un processo di dinamismo politico e innovazione istituzionale che consentì un notevole ricambio e un considerevole consolidamento statuale per oltre due secoli. Una norma senza la quale non avremmo avuto imperatori come Settimio Severo, Aureliano, Diocleziano, Costantino e Giuliano.

La questione politica della cittadinanza peraltro va ben oltre l'orizzonte dei diritti civili e non può essere ricondotta nel solito stucchevole alveo di altisonanti, quanto ipocriti e poco applicati, 'diritti dell'uomo'. In quanto strumento essenziale di partecipazione democratica, la cittadinanza assume infatti risvolti di consapevolezza e di attivismo tesi alla gestione effettiva dei processi decisionali per il bene comune. Quindi non semplice riconoscimento legale, ma potenzialità, strumento di sintesi ed innovazione politica e progettuale.>>>

Daniele Tranchida

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Luciano Lanna
Spiegare Fini con la 'contraddizione'
Per tanti anni ci siamo ripetuti una frase di Alain de Benoist: «Pensare simultaneamente ciò che sinora è stato pensato contraddittoriamente». Un modo come un altro per sottolineare l'irriducibile essenza contraddittoria della politica moderna. Carlo Galli ha voluto dedicarci il suo ultimo saggio, Perché ancora destra e sinistra?, Roma-Bari, Laterza 2010, sottolineando l'impossibilità di annullare la presenza del fattore-contraddizione. «L'intera civiltà moderna - ha scritto a suo tempo con grande efficacia Eugenio Scalfari - è una foresta di contraddizioni, una grammatica irta di ossimori. Bisognerebbe dedicare un libro, e non basterebbe, a questa nuova modalità del linguaggio, a questa rottura della forma e quindi del pensiero. In politica, nell'arte, in filosofia. E non si tratta d'un fenomeno di questi ultimi anni; è venuto in superficie da quando la verità assoluta è stata messa in discussione e con essa i canoni che la sostenevano. Picasso ha mandato in pezzi gli ideali classici della bellezza. Nietzsche quelli del sistema filosofico. Joyce l'unità dell'io. Questa è la debolezza e insieme la forza della modernità (ecco un altro ossimoro): di essere contraddittoria, aperta all'imprevisto, magmatica, pragmatica...».>>>

 


 

12 maggio 2010_____________________________________________________________

 
 
SUPPLICI A PORTOPALO
dalla tragedia di Eschilo alle parole dei migranti
Alessandro Visca
 
Torino, 10, 11 e 12 maggio 2010
Parigi, Festival de l’Imaginaire, 9 e 10 aprile 2010 (brano video)

Portopalo di Capopassero e Siracusa, 19 e 20 settembre 2009
Rai 3 Suite- servizio radiofonico del 18 settembre 2009

Sulla costa siciliana, divenuta frontiera delle rotte della migrazione del Mediterraneo, un racconto teatrale basato sul dramma Supplici di Eschilo, che mette in scena la difficile decisione della Città di fronte alla richiesta di asilo di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla carestia. La logica del respingimento di chi si presenta a chiedere asilo alle porte della città, è in oggettivo contrasto con il codice etico della gente di mare, ma anche con la sensibilità condivisa di una comunità civile. Ma non basta la carità, non basta la pietà: solo la dimensione politica – insegna già Eschilo 2500 anni fa – può affrontare e risolvere positivamente, nel segno del bene comune, il difficile incontro tra migranti e cittadini.

Eschilo compone le Supplici intorno al 460 a.C.: la tragedia inizia con lo sbarco di un gruppo di migranti in fuga dal loro paese, l’Egitto, giunti a chiedere asilo in Grecia al re della Città, e si conclude con la decisione dell’intera Città di accogliere gli esuli come astóxenoi "stranieri e insieme nuovi cittadini", in nome dei diritti sacri dell’ospitalità.

Portopalo è una città di frontiera sulla punta estrema della Sicilia, un piccolo paese che vive quotidianamente la realtà degli sbarchi e il problema dell’accoglienza, in cui una piccola comunità di pescatori e di contadini è costretta a misurarsi con una legislazione ambigua, a fare i conti con norme restrittive che non fanno parte del codice tradizionale delle genti di mare.

 Portopalo è lo scenario su cui le parole antiche di Eschilo e i racconti dei migranti del nostro tempo acquistano una nuova vitalità>>>

 



22 aprile 2010_____________________________________________________________

La presa di parola
Monica Centanni, Peppe Nanni

Nella vicenda politica che si è aperta con la presa di distanza di Gianfranco Fini da Silvio Berlusconi molti commentatori hanno visto solo uno scontro d'ordine tattico per l'equilibrio del potere nell'area del centrodestra. I più avvertiti hanno sottolineato una incompatibilità tra due modi di intendere la politica e i ruoli istituzionali; ma pochissimi hanno registrato il sommovimento profondo di cui questo scisma è segnale perentorio. 

Gli ambienti più conservatori imputano a Gianfranco Fini e al suo ambiente commistioni e confusioni con la cultura di sinistra: e per ‘sinistra’ pare intendersi una immutabile entità metafisica rispetto alla quale ci si definisce scolasticamente a priori, per antitesi.  

Il paradosso è che, contemporaneamente, molti dei più avvertiti intellettuali provenienti dall’area antagonista alla destra, stanno prendendo atto della fine della sinistra, del deperimento della forza definitoria di quella nominazione.

In realtà quello che oggi davvero si apre è un ampio sommovimento geologico delle categorie politiche fin qui efficaci: é evidente che una serie di schemi non hanno più presa sulla realtà, che molte parole vengono agitate nell’agorà politica solo per lanciare insensati anatemi, per continuare a tenere alti steccati di separazione privi di senso concreto, o per rassicurare pigramente identità residuali. Quando non per coltivare l’illusione (errata nei fatti) che il consenso elettorale sia perpetuamente garantito, attingendo voti da serbatoi stagni, tra di loro non comunicanti >>>