FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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9 febbraio 2011_____________________________________________________________

Il gioco è qui e ora
di Franco Cardini, Monica Centanni, Giuliano Compagno, Luciano Lanna, Peppe Nanni, Gianluca Sadun Bordoni

Gli intellettuali stanno con Fini? Gli intellettuali abbandonano Fini?
La questione, apparsa nei commenti della stampa negli ultimi giorni, inventa un falso problema: non esistono da una parte gli intellettuali e dall’altra i politici, da un’altra ancora i cittadini. Esiste la lotta e lo scontro tra due concezioni della vita comune: una che non mette in discussione la società esistente, i suoi stereotipi, ritiene immutabili gli schieramenti dati, ha l’obiettivo minimalistico (e fondamentalmente antipolitico) della gestione dell’esistente. L’altra vuole governare proficuamente i cambiamenti in atto e a sottolineare le potenzialità positive delle trasformazioni. Solo la seconda si chiama, semplicemente, politica. Solo la seconda richiede immaginazione e pensiero, coraggio intellettuale.

La partita politica
Negli ultimi mesi in Italia, nella gravità senza precedenti di una situazione in cui è venuta meno la grammatica del bene comune e della convivenza civile, qualcosa ha incominciato a muoversi. Mentre in superficie crollava definitivamente qualsiasi parvenza di forma non già della politica ma dell’etica pubblica, nel profondo si smuovevano nuove, positive, energie. Gianfranco Fini con la sua progressione di prese di posizioni ha tracciato un nuovo orizzonte possibile dell’azione politica e un sentimento generale della società civile, che ha così trovato corrispondenza nelle istituzioni. Un circolo virtuoso al tempo stesso produttivo e fragile. Potente, perché in grado di tradurre le spinte propulsive in istanze parlamentari, ma necessariamente precario perché sottoposto alla verifica continua, alla faticosa necessità di spiegare le mediazioni ineludibili della dialettica politica che suscitano perplessità e appannamento di immagine agli occhi di quanti aspettano con impazienza una svolta netta e radicale.

È su questo sfondo che Fini gioca la sua partita. Pezzi della società italiana che erano desistenti e arresi di fronte a una realtà considerata irrimediabile, indipendentemente dai loro gusti, convinzioni, formazione, nei mesi scorsi hanno visto nella via indicata da Fini una possibilità. In questa prospettiva non è che si sono “mobilitati gli intellettuali”, si sono invece ritrovati, uscendo dall’apatia, i cittadini, di nuovo capaci di progettare e credere in un futuro praticabile. Questa progettualità non è certo confinata nelle accademie, è tutta interna alla politica, alle dinamiche di partecipazione creativa della cittadinanza, alla capacità di persuadersi reciprocamente e di condividere nuovi orizzonti.

Non si tratta, non si è mai trattato e men che meno ora, di cercare il consenso di una vaga e indeterminabile casta di mandarini intellettuali che, in un clima di separatezza, spieghino dall’alto la giustezza delle scelte politiche a masse indistinte e acritiche. In pieno XXI secolo nessuno può seriamente parlare di intellettuali organici a questo o a quel partito. È invece evidente che la politica di cambiamento stimola in interiore homine le risorse progettuali di ciascuno nella prefigurazione di scenari possibili, perché, come ha detto qualcuno, la gente pensa. Pensa politicamente, se intravvede una traccia percorribile.

Il varco aperto da una leadership consiste esattamente in questo: contrastare la rassegnazione e accendere il desiderio di una forma di convivenza civile, ovvero nuovamente politica. Un compito arduo perché adesso occorre tenere insieme etica della convinzione ed etica della responsabilità, compiere scelte all’altezza delle aspettative suscitate, ed essere conseguenti; organizzare davvero, non solo nei programmi epocali ma nella prassi di tutti i giorni, una vita politica aperta alla massima partecipazione del massimo numero di cittadini. Non esiste cultura politica senza pratiche rigorose e coerenti di organizzazione. Ma non deludere il corpo politico, immettere energie nuove nelle istituzioni, significa ottenere un successo irreversibile, proprio perché presidiato da molti cittadini inclusi nel perimetro politico, per la prima volta in modo serio, diretto, consapevole. Con un nuove stile di partecipazione e nuove dinamiche di rappresentanza.

Intanto, per tenere aperta la prospettiva del cambiamento, per evitare le risacche del riflusso e della disillusione, auguriamo a Gianfranco Fini di riuscire a incarnare le doti che Tucidide attribuisce al leader politico al momento di nascita della democrazia che Pericle inventa per Atene: “sapere cosa occorre fare e saperlo spiegare agli altri”; riconoscere “giorno per giorno le energie della propria polis” e, in forza di quella passione che lo fa “amante della città” trovare le parole opportune, persuasive ed efficaci.

Non si può stare a guardare
La questione specifica del rapporto tra professioni intellettuali e politica non può comunque essere elusa. Fini ha fatto intravvedere anche il profilo di un nuovo ‘partito’, una nuova forma e una nuova qualità della partecipazione su cui convocare quanti hanno a cuore il bene comune. Per questo tanti cittadini, e tra questi i più esigenti – gli studenti che sanno in gioco il loro futuro, i docenti, gli studiosi, gli artisti e in generale tutti quanti sono impegnati nei mestieri intellettuali – hanno intravisto una possibilità di riscatto dalla rassegnazione che ha ottuso per troppo tempo sensi, passioni, spirito di iniziativa – e hanno creduto che fosse possibile cambiare il mondo.
Cultura politica è proiezione di uno scenario inedito che filtra le esperienze preziose del passato e ne fa tesoro, ma per cambiare i connotati del paesaggio esistente: una proiezione che non si ottiene dalle cabale di nessun sondaggio del già-dato ma si costruisce immaginando il presente e il futuro, provocando desideri, passioni e convocando concreti interessi. In questo tanti cittadini e tra loro molti intellettuali, si sono sentiti rappresentati. Ora, in un passaggio difficile della via alla transizione, è legittimo e fisiologico che si apra la discussione sulle diverse opzioni possibili e che affiori qualche sintomo di radicale dissenso. Ma la critica più interessata mira a sospingere gli intellettuali verso un ruolo contemplativo, a estraniarli dalla sfera della politica attiva, magari enfatizzando la contraddizione tra le logiche del gioco politico e i cieli dell’Assoluto di fumose e sorpassate filosofie. Il ruolo dell’intellettuale è invece quello di stare nella contraddizione, valorizzare la contingenza e l’occasione, unica e irripetibile, del proprio tempo e della propria generazione. Cultura politica è quella che dà per scontato che l’inerzia sociale, le strategie degli antagonisti e gli egoismi si oppongono sempre ai progetti di trasformazione della società esistente. E calcola come superare gli ostacoli, lo spirito di gravità che, come ricordava Nietzsche, appesantisce il movimento degli uomini. Cultura politica, attivismo culturale significa avere consapevolezza che, nonostante i dubbi e le perplessità, non si può stare a guardare che piega prenderanno le cose: perché non contribuire criticamente, non intervenire nei processi costituenti dello scenario pubblico, non negoziare le parole che costituiranno il lessico politico del domani porterà a ritrovarsi estraniati e privi di scelta, afasici nelle situazioni future.

Il coraggio intellettuale, a differenza di quello fisico, consiste proprio nel reggere la sfida di situazioni inedite, nell’avventurarsi in paesaggi nuovi dove sono inutilizzabili le bussole delle antiche consuetudini culturali. Chi per mestiere e per passione svolge nella società una funzione intellettuale non può stare a guardare, chiuso nella torre d’avorio della propria presunta, saccente e impolitica superiorità, in attesa che la bufera politica, morale, culturale, sociale, estetica che l’Italia sta attraversando si plachi. La colpa più grave, in questo tempo, è l’attendismo, avere il mondo "a gran dispitto”, rattrappirsi in una mesta, senile accidia. Mestiere dell’intellettuale, mestiere anche pericoloso, se non altro perché a rischio di errore, è assumersi pienamente le responsabilità del proprio tempo. Il dovere estetico prima che politico di tutti quanti non sopportano la versione vergognosamente tragicomica a cui l’assenza totale di aria politica ha ridotto la vita pubblica in Italia, di tutti i cittadini consapevoli e responsabili, e degli intellettuali in anticipo rispetto agli altri; l’impulso ditutti quanti non abbiano insterilite le fonti della passione, dell’intelligenza e del desiderio, di tutti quanti possano e vogliano farlo, tutti quanti abbiano qualcosa di sé da spendere, è concertare un grande sforzo di immaginazione politica collettiva. Per cambiare il mondo e impegnare tutte le energie vive, per disegnare un altro orizzonte a cui tutti, tutti insieme, tutti i cittadini degni di questo nome, possano attendere. Il gioco è questo, qui e ora. Il gioco è nel mondo che alla nostra latitudine ha la fortuna di avere il nome di Italia: un nome di cui dobbiamo, tutti insieme, reinventare il pregio e l’orgoglio.