FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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editoriale

Il forum delle idee è nato nel 2007 dalla premessa che fare politica è fare attrito con l’esistente, non accomodarsi sul senso comune; disegnare scenari prima imprevedibili, non acquarellare il mondo che c’è. La politica è decisione per far accadere le cose>>    

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26 settembre 2011_____________________________________________________________

Parola politica, o del secondo fine della filologia
di Monica Centanni

Dire le parole giuste e opportune. Tà kàiria léghein – dire le parole opportune, al momento opportuno. Secondo kairòs. Non è l’incipit di un trattato di retorica antica: è il primo verso di una tragedia, forse la più politica delle tragedie eschilee, i Sette contro Tebe, in cui Eteocle il governante della città si pone, prima di tutto questo problema; trovare le parole opportune e, a colpi di parole, difendere la città dall’attacco che il nemico muove alle sue sette porte. Il governante, come il timoniere di una nave (kybernétes>in latino: gubernator) deve saper afferrare l’istante – kairòn labe ­­al v. 45 della stessa tragedia – sulla cresta del frangente si esercita la dote di prudenza, c’è occasione di dar prova di quella particolare forma di intelligenza che è duttilità, complicità con le circostanze, che in greco ha il nome di metis.

Parlare bene, parlare in modo opportuno: parlare filologicamente, parlare politicamente. È urgente ricordare questo modo greco di pensare e di mettere il pensiero in forma di parole, proprio oggi quando invale l’idea che sia lecito dire ‘brutte parole’. Il rumore dell’antipolitica è una vera e propria strategia retorica che consiste nel far passare ‘brutte parole’ e poi ritirarle. Ma intanto sono passate, sono diventate lecite, verosimili, plausibili. O nel dire volgarità, raccontare storiella dalla sceneggiatura improbabile, facendo passare ogni oscenità con l’ammiccamento allusivo del "si sa, tutti la pensiamo così’ Non è vero: e non è solo pornografia – è che non è divertente. I giochi, soprattutto i giochi di parole, sono divertenti perché sono seri, intelligenti, difficili. Giocare è difficile.

Vige l’idea che parlare ‘liberamente’ sia parlare irresponsabilmente. Nessuno chiede conto delle parole e del loro significato, e in assenza di ogni forma di responsabilità chi parla pubblicamente non è chiamato a rispondere di quello che dice, o promette, o minaccia.

Nella desertificazione del territorio del linguaggio, nella abolizione dello spazio dedicato al logos ragione parola pensiero dialogo – la strategia antipolitica prevede spesso il ricorso al buon senso, al ‘tutti sanno che’. Non è così: il buon senso comune è il contrario della ragion politica, per cui ci vuole coraggio, per cui servono parole opportune.

Sono saltati i generi del discorso, la differenza tra cronaca e fiction. La politica è raccontata come una lite tra tifoserie e tra personaggi da commedia – destituiti di ogni autorevolezza e spogli di ogni responsabilità. È lecito – ben si intende – che qualcuno voglia usare parole nel loro senso più volgare o più becero: che qualcuno conti di far leva sulla semplicità raccontando che questo è quello che ‘la gente’ vuole. Ma non è così: la gente gioca pensa ama in modo infinitamente più divertente e intelligente. Ognuno sceglie la grammatica e la sintassi che preferisce. È lecito, anche in campo retorico-politico, fare le proprie scelte estetiche e stilistiche: ma ognuno si deve prendere la responsabilità del futuro che evoca e, soprattutto, del presente che disegna.

E proprio intorno alla filologia, intorno alla ricerca della parola opportuna, dobbiamo 'fare partito' perché è nostra precisa responsabilità se il nostro mondo e il nostro presente sono come sono. Fare partito: tra chi vuole investire sul presente mettendo in gioco le sue energie contro chi si accomoda nella depressione pervasiva: nel ripiegamento sul passato – i proverbi da sempre falsi e inefficaci del ‘com’era bello una volta’ – o sul futuro – le prospettive messianico-apocalittiche. Le lucciole che Pasolini già agli inizi degli anni ’70 dava per scomparse, esistono ancora – ci insegna Didi-Huberman – basta ritrovare gli occhi per vederle (sul tema rimando al mio Lucciole malgrado tutto, ma anche a tutti i contributi di Engramma n. 84).

Filologia come arma politica, dunque. Perché, per l’uomo, solo sotto il cielo politico c’è la necessaria aria per respirare. Dire fare respirare – filologicamente, politicamente. Perché, insegna Aristotele, l’uomo è un animale dotato di logos, ma è anche zoon politikon, animale da polis. Le due definizioni si tengono insieme. Nella dimensione politica, infatti, l’uomo esercita l’unica qualità, la sola virtù che ha in dote e che lo caratterizza rispetto agli altri animali. E fuori della polis stanno soltanto – ipse dixit – la bestia o il dio (che, dionisiacamente, sono lo stesso).

È urgente quindi riiabilitare, filologicamente, lo spazio del pensiero e della parola, contro ogni fabula mitologica: è tempo di liberarci dalla fantasia romantica – il logos è anche un modo di dire il mythos, e senza logos il mito resta oppio dei popoli.

La scena politica è il luogo in cui si fa esercizio di parola. È la piazza della città – ovvero il meraviglioso vuoto proprio della dimensione politica, un vuoto da riempire di parole – che la Grecia ha inventato anche architettonicamente rispetto all'emergenza monumentale, e sempre tendenzialmente tirannica, di qualsiasi palazzo asiatico o medievale europeo. Piazza teatro bouleuterion – il corpo della città è fatto di vuoti pieni di energia dinamica, non del pieno di edifici di rappresentanza.

Il luogo per dirsi umanamente (filologicamente, politicamente) è dunque il vuoto che sta nel cuore della città. E il modo di esercitare il logos – la virtù umana per eccellenza – è la parrhesia.

Parrhesia – il parlare franco, il parlare ‘vero’ – insegna Michel Foucault – non è una procedura retorica, né didattica, né persuasiva. L’atto del prendere parola è un’azione efficace che si impone, fin dalle sue prime definizioni nell’Atene del V secolo, come dispositivo principe della democrazia in statu nascenti. Parrhesia non è, semplicemente, ‘libertà di parola’, perché solo l’atto di parrhesia compie e invera il dispositivo democratico: parrhesia è precisamente l’azione per cui, nell’assemblea in cui le leggi sono uguali per tutti i cittadini e tutti i cittadini hanno garantito il diritto di parola, un cittadino si alza in piedi e prende parola, giocando in questa mossa la sua aretè, le sue virtù di sapienza, di tecnica retorica, di coraggio individuale. Parrhesia, dunque, come stile agonistico coraggioso, pericoloso, di dire il vero (vedi: Il gioco della verità e della politica, in Engramma n. 68).

La filologia del cittadino/parrhesiasta – il cittadino che ama la parola giusta ed esercita la libertà di dirla – oppone la libertà umana all’apollinea, aurea e apofatica, reticenza del dio che ou lèghei allà semainei. L’uomo invece prende su di sé l’arrischio e la responsabilità dell’esercizio della parola.

Se i bambini fanno ‘il gioco della verità’; i cittadini-filologi possono fare, l’uno rispetto all’altro, il gioco filologico ‘della libertà di parola’ – che tende a scoprire la verità dinamica delll’essere insieme politicamente.

Atto di libertà di parola che si pone come limite di ogni potere, anche come limite al potere dei Maestri di verità (philosophia, non sophia), contro il potere di qualsiasi maestro: l’allievo – il bravo allievo – si alza in piedi e pone al maestro la sua ‘vera’ domanda, a cui il maestro probabilmente non sa e non può rispondere.

Parrhesia: libertà di parola. Non è mai vero che è garantita. Va allenata- va praticata. Alzarsi in assemblea, in consesso pubblico e dire la propria verità (rappresentarla indicandola, con il dito…). Metterla in gara con altre verità. Con quella del potente. O del Maestro. O del Testo.

Ma filologia – dirà qualcuno – è tecnicamente ‘cura del testo’. Vero è che, anche tecnicamente, il filologo che esercita la sua tecnica, il suo sapere sui minimi dettagli della parola, ma non è un ‘sacerdote’ del testo. Nessuna religione del testo, ma ricerca, invece, amore critico, per la ‘verità’ del testo anche contro il dato della sua tradizione. Una delle migliori definizioni di "filologia" è quella data da Friedrich Nietzsche che, dopo l'interruzione della sua brillante carriera di filologo dopo la pubblicazione della Nascita della tragedia (stroncato dalla cultura accademica per voce del giovanissimo filologo Wilamowitz) ormai "philosophus factus" così scrive nel 1886 nell'Introduzione a Aurora:

"Siamo amici del lento (...). Non per nulla si è stati filologi e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire maestri della lettura lenta (...). Filologia è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un'arte e una perizia da orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un'epoca del "lavoro": intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol 'sbrigare' immediatamente ogni cosa (...). per una tale arte non è tanto facile sbrigare qualsiasi cosa perché essa ci insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini, lasciando porte aperte, con dita e con occhi delicati".

Secondo fine – corpo a corpo con la parola ma non solo, non tanto, alla ricerca della parola ‘originale’ quanto alla ricerca della parola ‘giusta’, della parola vera con cui negoziare nel contesto una giusta relazione.

Filologia politica – direbbe Giorgio Colli (negli appunti per Apollineo e Dionisiaco): saggiare la verità, fragile, mobile sfuggente della parola, trovare il suo giusto profilo, il limite di senso. La parola vera è appannaggio dell’antica sophia dei maestri di verità. Il filologo, il filosofo si mette sulle tracce, si allena alla ricerca della verità.

Riprendendo la lezione di Giorgo Pasquali– filologia è attività squisitamente critica. Allenamento all’interrogazione paziente e rigorosa del minimo dettaglio – uno spirito, una virgola che possono cambiare il profilo di senso della parola. È esercizio di spirito critico contro l’apparente, l’esibita, neutralità del dato: è procedimento che provoca il dato – sia esso l’Istituzione, il Maestro, il Testo – a rispondere, o almeno a resistere all’interrogazione. Il vero testo (come d’altronde il vero maestro) è quello che resiste al dubbio, al sospetto, alla domanda, alla sollecitazione critica che fa ricorso a tutto l’armamentario che possiede per delegittimarne la ‘verità’. Vero è il testo che rimane dopo l’interrogazione. Filologia – disciplina eminentemente critica, che educa il cittadino alla libertà.

La filologia, dunque, come tecnica politica. È compito di chi è buon cittadino, ma soprattutto di chi studia essere filologo: esercitare i sensori critici. Ma anche avere cura delle parole e della complessità del loro significato. Ogni parola è un modo di dire il mondo: a povertà vera è perdita delle parole

E non è vero che facile sia meglio, semplice sia più comprensibile. Come sanno i grandi scrittori, artisti, filosofi etc. la semplicità è una conquista, un traguardo. Ma qui non siamo a parlare di poesia o di arte: è compito di chiunque agisca sulla scena della polis essere attenti allo spessore delle parole, ridare smalto di significato. Ridare immagini alle parole. Parole con significati esatti, convincenti.

La filologia, certo, è arte retorica, ma usando lo schema di Michelstaedter non è soltanto, retorica ma anche, soprattutto, tecnica agonistica di persuasione politica dell’altro: confronto, dialettica, gara. Va processato il senso di parole che sembrano scontate: il significato va interrogato continuamente e continuamente provocato a resistere nell'attrito con il presente. Va fatta esercitazione del senso critico sulla tenuta formale dei significati.

Mestiere del filologo-cittadino è fare continuo rinascimento– chiamare le parole a rinascere a nuovi significati. Perché abbiano senso per noi, oggi.

9 febbraio 2011_____________________________________________________________

Il gioco è qui e ora
di Franco Cardini, Monica Centanni, Giuliano Compagno, Luciano Lanna, Peppe Nanni, Gianluca Sadun Bordoni

Gli intellettuali stanno con Fini? Gli intellettuali abbandonano Fini?
La questione, apparsa nei commenti della stampa negli ultimi giorni, inventa un falso problema: non esistono da una parte gli intellettuali e dall’altra i politici, da un’altra ancora i cittadini. Esiste la lotta e lo scontro tra due concezioni della vita comune: una che non mette in discussione la società esistente, i suoi stereotipi, ritiene immutabili gli schieramenti dati, ha l’obiettivo minimalistico (e fondamentalmente antipolitico) della gestione dell’esistente. L’altra vuole governare proficuamente i cambiamenti in atto e a sottolineare le potenzialità positive delle trasformazioni. Solo la seconda si chiama, semplicemente, politica. Solo la seconda richiede immaginazione e pensiero, coraggio intellettuale.

La partita politica
Negli ultimi mesi in Italia, nella gravità senza precedenti di una situazione in cui è venuta meno la grammatica del bene comune e della convivenza civile, qualcosa ha incominciato a muoversi. Mentre in superficie crollava definitivamente qualsiasi parvenza di forma non già della politica ma dell’etica pubblica, nel profondo si smuovevano nuove, positive, energie. Gianfranco Fini con la sua progressione di prese di posizioni ha tracciato un nuovo orizzonte possibile dell’azione politica e un sentimento generale della società civile, che ha così trovato corrispondenza nelle istituzioni. Un circolo virtuoso al tempo stesso produttivo e fragile. Potente, perché in grado di tradurre le spinte propulsive in istanze parlamentari, ma necessariamente precario perché sottoposto alla verifica continua, alla faticosa necessità di spiegare le mediazioni ineludibili della dialettica politica che suscitano perplessità e appannamento di immagine agli occhi di quanti aspettano con impazienza una svolta netta e radicale >>>


27 dicembre 2010_____________________________________________________________
Dopo il 14 dicembre, il Polo della Nazione. Ma non moriremo democristiani
Fiorello Cortiana

La proposta del Polo della Nazione e la costituzione del coordinamento parlamentare promosso da Fli, Udc, Api, Mpa e altri costituisce un significativo passaggio nell'agonia della politica italiana. La tempestività della scelta non risponde tanto a necessità difensive rispetto alle ulteriori avances di Berlusconi verso singoli parlamentari, essa piuttosto conferma la maturità politica ed esistenziale di Casini e Fini. Da tempo hanno capito che non esiste nessuna eredità di Berlusconi da contendersi bensì la piena distorsione della politica italiana per ciò che riguarda il suo senso e la sua funzione nella relazione tra cittadini, forze politiche e istituzioni: un rapporto piegato agli interessi particolari, allo scambio e al mercimonio. Appare chiaro che tutto ciò si rende necessario per la ricostituzione di una politica pubblica capace di rispondere a interessi generali, di queste e delle future generazioni è la ripresa di quella capacità autenticamente riformista che l'Italia ha conosciuto in alcune stagioni del centrosinistra della Prima Repubblica e nel rispetto delle condizioni per l'ingresso nell'euro nel 1996.

Qui è il punto: un'azione riformista innovatrice nella politica pubblica italiana è possibile solo a condizione che essa non sia strumentale a semplificazioni partitiche, deve quindi restare aperto un processo che veda il concorso di diverse culture con diversi riferimenti sociali. Soprattutto la natura aperta di questo processo deve consentire la partecipazione degli "invisibili" oggi non rappresentati e non presenti ai tavoli negoziali tra istituzioni e forze sociali. Per questo la mobilitazione e le ragioni dei giovani e dei produttori della conoscenza, di cui le partite Iva spesso nascondono la condizione di precarietà, vanno sottratte alla deriva da ordine pubblico. Il loro disagio non deve diventare devianza e invece di una estetica della violenza deve poter trovare interlocuzione politica al fine di costituire energia per il cambiamento.

Così come la globalizzazione e i nuovi protagonismi internazionali costituiscono una strordinaria opportunità per chi è capace di portare innovazione e ricerca sui mercati, anche la crisi della politica italiana, nata dai limiti dei partiti popolari dopo la caduta del muro e la fine della società industriale e della quale Berlusconi è il prodotto, non va vissuta come catastrofe ma come condizione per il cambiamento. Ho vissuto da vicino la costituzione dell'Ulivo del '96, è stata una esperienza politicamente feconda finché è stata un incontro tra culture democratiche, storiche e recenti, sul piano del governo. Ma quando lì è prevalsa la pratica da "bolscevichi nei soviet" l'astuzia e la presunzione hanno avuto la meglio sulla cultura di una responsabilità condivisa.

È una lezione importante anche per la nuova esperienza che si è messa in moto. Qui, al di là della rendita di posizione dovuta al 'fattore K', è utile riferirsi, attualizzandolo, al modello plurale e socialmente composito costituito dalla Dc e, non sembri paradossale, nella stagione della società di massa e dei diritti civili dal Partito radicale di temi, campagne e soggettività. Per una forza politica che si propone di definire un nuovo senso comune dell'agire in società il retroterra è oggi costituito dalla Costituzione repubblicana e dai suoi diritti/doveri alle pari opportunità civili, sociali, culturali e ambientali che essa afferma.

A partire da questo 'patriottismo repubblicano' è possibile affrontare le nuove sfide, anche le più spinose, quali quelle della bioetica, della rete digitale interconnessa con la sua trasparenza, condivisione e possibile partecipazione, piuttosto che della relazione ambiente/cultura/paesaggio. In questa condizione di unità nazionale dentro l'Europa il federalismo si può declinare come responsabilizzazione diffusa e sussidiarietà e non come contiguità tra piccole patrie contrapposte ed indifferenti. Lo spazio aperto dal Polo della nazione è quindi più ampio ed evocativo della somma dei suoi proponenti, in questo processo «solve et coagula», come suggeriva Alex Langer, le diverse culture sono a confronto e in relazione con una verifica di efficacia così come la capacità dei gruppi dirigenti e la loro permeabilità.

già in Secolo d'Italia del 18/12/2010

31 ottobre 2010_____________________________________________________________


manifesto di ottobre 
passione del presente, per una rinascita della res publica e per un nuovo impegno politico-culturale
le prime (più o meno) 100 firme

Ottobre 2010: si apre un varco per un atto di politica generativa, una decisione perché qualcosa avvenga. Politicamente, cioè nella vita di tutti, con l’azione di tutti: un patto per la rinascita della res publica. Non una litania di valori ma un progetto per l’Italia contemporanea, una concreta costruzione di rigore e di impegno civile.

La politica oggi non ha visione né passione, non sente né esprime i bisogni e i desideri dei cittadini, che, votanti o no, la rifiutano e ne sono rifiutati, confinati ai margini di una sfera pubblica occupata da interessi privati e oligarchici. Solo attraverso l’immaginazione e il progetto la politica può ritrovare il senso della realtà, rimediando alla rassegnazione esistenziale che spegne lo spirito individuale e contrastando lo scetticismo diffuso che azzera ogni sentimento della cosa pubblica.

Ma politica e cultura crescono insieme o insieme declinano. Senza cielo politico non c’è cultura, ma soltanto erudizione e retorica: un rinnovato impegno politico e intellettuale si offre oggi come occasione di rinascita civile, come segno di responsabilità che coinvolge tutti i cittadini e in prima persona chi lavora con il pensiero e l’invenzione, con l’intelligenza e la fantasia, per stabilire la stretta relazione tra Potere e Sapere che dà virtù all’etica pubblica.

La corruzione politica più grave non è quella di cui si occupano i tribunali: l’illegalità è solo l’altra faccia della routine e del cinismo al potere.La crisi è profonda perché come una vera ruggine ha sfigurato l’immagine e intaccato la sostanza della politica. Non sono solo i partiti a essere in crisi ma la politica stessa è in pericolo perché non ha più né parole né ragioni per dirsi.Le parole della politica sono corrose, sono spuntate, non fanno presa sulla realtà.

E' urgente uscire da una fase di transizione infinita, aprendo la strada alla modernizzazione della politica, della cultura, dell’economia italiana. Occorre promuovere una fase costituente, sottoscrivere un nuovo patto fondativo: costituzionale in un senso non solo giuridico, politico in senso non solo istituzionale.

Occorre ritrovare il filo di un grande racconto, di una narrazione più vera e più nobile della cultura e della storia repubblicana contro il degradante clichè di una italietta furba e inconcludente: ripensare il modello italiano e incarnare quel progetto, ridare corpo a una tradizione civile di cui si possa andare orgogliosi.

Mettere in gioco un libero pensiero, critico e creativo, in sintonia con le energie del presente per investire inquesto nostro tempo: pensiero per sfidare il presente, ma insieme pensiero per costruire il presente. Non c’è cultura né azione politica efficace senza passione del proprio tempo.

Non c’è politica senza un pensiero di rottura delle consuetudine usurate: occorre abbandonare la retorica che inchioda il futuro al passato. Superando le vecchie einaridite appartenenze, congedando le ossessioni e i ricatti delle memorie ferite,la politica rinasce nel punto in cui si incontrano immaginazioni diverse che congiurano per un nuovo patto politico.

Non c’è politica senza un pensiero che esprima la passione del presente come intelligenza del futuro, che non è solo dopo, ma è anche altro: è sparigliare le carte e le compagnie del gioco per disegnare nuove coordinate dell’impresa comune. Esatta passione, mobilitazione di energie intellettuali e politiche per l’edificazione di un nuovo paesaggio nazionale.

Il patriottismo repubblicano è la forma non retorica di questo sentimento che è regola, prima che tradizione, impegno prima che eredità. E che è anche cura del bene comune e dei beni comuni,difesa del paesaggio italiano, consapevolezza collettiva del patrimonio materiale e immateriale.

Patriottismo repubblicano è promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà. La migliore garanzia contro l’ingerenza arbitraria del potere nella sfera della libertà personale è infatti l’attiva partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: “La libertà politica significa infattiildiritto di essere partecipe del governo oppure non significa nulla” (Arendt). Per questo è essenziale assicurare ai cittadini gli strumenti utili a “conoscere per deliberare” (Calamandrei). La politica vive nel nesso inscindibile tra pensiero e azione, tra cittadinanza e partecipazione politica, non nella rigida 'divisione del lavoro' tra rappresentanti e rappresentati, che aliena gli uni e gli altri e degrada la vita pubblica, spingendola alle opposte derive tecnocratiche e populistiche.

La politica laica protegge, custodisce, riveste la nuda persona di tutti i diritti civili che vanno precisamente declinati e garantiti: ma afferma anche il valore dei diritti politici che fanno di una persona un cittadino attivo. Patriottismo repubblicano è anche coltivare un’idea positiva della competizione tra le parti e dell’agonismo tra le forze politiche come presidio della libertà, secondo la lezione che Machiavelli desume dall’esperienza della repubblica romana.

Politica, però, è non solo rappresentazione dell’esistente, ma presentazione dei ‘senza parte’. Rappresentare gli ‘invisibili’, la realtà molecolare e disaggregata degli outsider i cui interessi non contano e non pesano nei rilevamenti statistici o nelle simulazioni dei sondaggi: che non hanno espressione e finiscono schiacciati e confusi nell’area indifferenziata del non voto e della renitenza civile. Non sono tutti poveri. Non sono tutti disoccupati o sottooccupati. Non sono tutti marginali. Non sono tutti stranieri. Ma sono tutti ‘clandestini della politica’, esclusi dalle logiche della rappresentanza e della decisione pubblica. Si tratta di persone – e sono milioni – la cui precarietà, prima ancora che da condizioni economiche e sociali, dipende da ragioni di esclusione e di afasia politica: refrattari alla vita pubblica e, proprio in quanto politicamente e intellettualmente più esigenti, non corrisposti dalle logiche privatistiche, antipolitiche, anticulturali che in questi anni hanno monopolizzato la sfera istituzionale.

Non c’è politica senza un pensiero che anticipi e accompagni l’azione trasformatrice. Il principale compito intellettuale della politica consiste nel riaccendere l’immaginazione progettuale della società. La politica deve rispondere con parole e azioni adeguate alle opportunità e alle sfide della scienza e della tecnologia nell’era della globalizzazione, dotandosi delle forme procedurali e istituzionali che possano governare i processi e i progressidell’innovazione: investire strategicamente nella ricerca, nelle arti e nelle nuove sfide dell’apprendimentoper avere presa sul futuro.

Azione politica e impegno intellettuale: l’obiettivo è accrescere il capitale sociale rappresentato dall’intelligenza e dalle virtù civili degli italiani. La qualità di una Città e del suo futuro si misura sulla virtù e sul merito dei suoi cittadini.

È in atto un sommovimento geologico delle categorie della politica e, in questa accelerazione dei tempi, la forza dinamica sprigionata dalla crisi può essere convertita in energia produttiva. La principale sfida politica e intellettuale che attende l’Italia è trovare la misura per riconoscere, chiamandoli con nuovi nomi, quanti sanno governare il presente e progettare il futuro, rispetto a quanti difendono l'esistente come il miglior mondo possibile. Il compito richiede coraggio – virtù politica per eccellenza.

 

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23 ottobre 2010_____________________________________________________________

manifesto di ottobre 
passione del presente, per una rinascita della res publica e per un nuovo impegno politico-culturale

seconda tappa - Milano 26 ottobre 2010
Teatro Franco Parenti, ore 15.30

ufficio stampa Manifesto di Ottobre
alessandro visca 335 1222266

10 ottobre 2010_____________________________________________________________

manifesto di ottobre  
 prima tappa - Roma 6 ottobre 2010

rassegna stampa
Trenta intellettuali per il Manifesto, Secolo d'Italia, 6.10.2010
Luca Telese, Fli il partito leggero che cerca voti anche a sinistra, Il Fatto quotidiano, 6.10.2010
Peppe Nanni, Un manifesto per l'Italia di domani, Secolo d'Italia, 7.10.2010 (ripubblicato in Ffweb Magazine)

Maurizio Bruni,
E da trenta intellettuali in azione arriva il "Manifesto d'ottobre": le parole per una nuova politica, Secolo d'Italia, 7.10.2010
Alessandro Trocino, Il "Manifesto futurista" piace a sinistra. Firmano Cacciari, Marramao e Borgna, Corriere della Sera, 7.10.2010
Maurizio Stefanini,
Ex neodestristi, accademici, situazionisti. I nuovi intellò di Fini
, Il Foglio, 7.10.2010
Nicoletta Tiliacos, Il cenacolo rossonero, Il Foglio, 8.10.2010

Pierluigi Bollone
Baima, Gli intellettuali progressisti seguono l'ex An. E' la dimostrazione che il suo progetto fallirà, Libero 8.10.2010
S.D'A., Cacciari "tentato" dal manifesto di Fini, Corriere del Veneto, 8.10.2010
Paolo Franchi, Fini, il "Manifesto di Ottobre" e quegli intellettuali un po' retrò, Corriere della Sera, 9.10.2010
Federico Orlando, Noi e la destra futurista (intervista a Giacomo Marramao), europaquotidiano.it, 8.10.2010

Franco Cardini, Noi futuristi, più avanti di Fini,
europaquotidiano.it, 9.10.2010


2 ottobre 2010_____________________________________________________________

manifesto di ottobre  
appello agli intellettuali italiani per un nuovo impegno politico-culturale  

laboratorio politico
promosso da Forum delle Idee, Fare Futuro, Libertiamo

primo seminario - Roma 6 ottobre 2010


Sul metodo
Pensiero politico e azione civile: per un rinascimento della politica e della cultura
 
Sul piano politico-sociale: rappresentare gli invisibili

1. contro la corruzione dell’immaginario, una nuova passione della cittadinanza  
2. lo spazio laico della politica: una garanzia per tutti
3. oltre i diritti civili, la libertà politica
 
Sul piano politico-istituzionale: per una Italia plurale e federale
4. federalismo: l’Italia in rete  
5. patriottismo repubblicano  
 
Sul piano politico-culturale: il modello italiano
6. investimento sulla paideia  
7. modello italiano 

Sul metodo: appunti
Il varco che si aperto con Futuro e Libertà è un atto di politica generativa, una decisione perché qualcosa avvenga. Politicamente, cioè nella vita di tutti, con l’azione di tutti. Non c’è politica senza un pensiero che anticipa e accompagna l’azione trasformatrice, non c’è politica senza un pensiero di rottura e slegamento dalle consuetudini. Contro il ricatto paralizzante di passate appartenenze, la politica si svolge nel punto in cui si incontrano immaginazioni diverse che congiurano per un futuro preciso ed esaltante.>>>


14 settembre 2010
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Peppe Nanni
Rete- tempo- politica


RETE
La Rete si pone come princeps, nuovo inizio, che libera la potenza dell'Evento. La fluidità tra i nessi, il gioco di rifrazione tra i nodi, concepito come campo energetico privo di centro, non affida a nessuna istituzione burocratica le chiavi del cuore avventuroso di questo logos eracliteo (“per quanto tu cammini, non troverai mai i confini dell’anima”) ma moltiplica l'energia, consentendo al sistema di scambio, a Matrix, di concentrarsi nella distensione, strutturando in modo inedito le sue combinazioni molecolari.

RETE-TEMPO
Il tempo veloce e sapiente – insieme ermetico ed ermeneutico –  che la rete e tutti i media della modernità offrono alla nostra esistenza individuale, irrompono nella dimensione politica come un’occasione eccezionale di ripensare anche spazi modi tempi della vita activa. >>>
 

30 luglio 2010_____________________________________________________________

«Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto:
abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano:
è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà.
Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito.
Oh, quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nella pareti di questa gabbia!
Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà – e non esiste più ‘terra’ alcuna!»
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 124

Gianfranco Fini
Dell'inizio
testo integrale della dichiarazione del 30 luglio 2010

Ieri sera in due ore, senza poter esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare perché ritenuto colpevole di, e leggo il documento che é stato approvato ieri sera, "stillicido di distinguo o contarietà nei confronti del governo, critica demolitoria alle decisioni del partito, attacco sistematico al ruolo e alla figura del premier", inoltre avrei "costantemente formulato orientamenti" perfino, pensate che misfatto, "proposte di legge che confliggono con il programma elettorale".

La concezione non propriamente liberale della democrazia che l'onorevole Berlusconi dimostra di avere, emerge anche dall'invito a dimettermi perché, sempre parole del documento, "allo stato è venuta meno la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni".

Ovviamente non darò le dimissioni perché è a tutti noto che il presidente deve garantire il rispetto del regolamento e la imparziale conduzione della attività della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale, modello "amministratore delegato-consiglio di amministrazione", che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni democratiche.>>>


18 giugno 2010_____________________________________________________________

Peppe Nanni
Il gioco della verità e della politica


Gli interventi di Gianfranco Fini sulla scena politica, a partire dalla sua presa di parola ai lavori della Direzione Nazionale del Pdl del 22 aprile, hanno rotto un incantesimo orwelliano. Come ha ricordato Sofia Ventura: “Fine della Neolingua – spiegava Orwell – era rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, un pensiero eretico sarebbe stato letteralmente impensabile”. Contro la cattiva retorica della "politica del fare", il discorso efficace di Fini ha dimostrato che le parole sono pietre capaci di infrangere le vetrate del conformismo unanimista. In produttivo attrito con la realtà, la presa di parola è il gesto fondativo della politica, fin dai suoi albori in Grecia:

Parrhesia – il parlare franco, il parlare ‘vero’ – non è una procedura retorica, né didattica, né persuasiva. L’atto del prendere parola è un’azione efficace che si impone, fin dalle sue prime definizioni nell’Atene del V secolo, come dispositivo principe della democrazia in statu nascenti. Parrhesia non è, semplicemente, ‘libertà di parola’: parrhesia è precisamente l’azione per cui, nell’assemblea in cui le leggi sono uguali per tutti i cittadini e tutti i cittadini hanno garantito il diritto di parola, un cittadino si alza in piedi e prende parola, giocando in questa mossa la sua aretè, le sue virtù di sapienza, di tecnica retorica, di coraggio individuale >>>

 
16 maggio 2010_____________________________________________________________

Fiorello Cortiana

La crisi anche come opportunità

A che serve l'Italia
lunedì, 17 maggio alle ore 18,30 al Teatro Parenti di Milano (via Pierlombardo)
organizzato da Umberto Croppi, con Fiorello Cortiana, Peppe Nanni, Sergio Scalpelli, Bruno Tabacci, Marco Vitale

A che serve l'Italia, I incontro, Roma 15 aprile 2010 (Radio radicale- audio integrale)

A che serve l'Italia. La mancanza di un punto di domanda dopo queste parole impegna tutte le persone libere e responsabili a vivere la crisi che il paese sta attraversando non come deriva verso la dissoluzione del patto civile, ma come condizione e opportunità per il cambiamento. A che serve l'Italia è il titolo di un ciclo di incontri organizzati dall’assessore alla Cultura di Roma Umberto Croppi, che dopo il debutto romano vedranno un secondo round lunedì prossimo a Milano.

L'idea è nata anche da una serie di considerazioni sull'afasia politica di questo momento, il fattore che a nostro avviso ha maggiori responsabilità nell'aumento, di elezione in elezione, di un astensionismo consapevole. Favorire l'incontro e la collaborazione tra le idee capaci di rispondere alle grandi questioni che deve affrontare l'Italia, come parte protagonista dell'Europa, è la risposta di maggior efficacia rispetto alle logiche di pura affiliazione dominanti nei partiti. C'è una straordinaria riserva di competenze e di responsabilità che quotidianamente permette la continuità economica e sociale cui occorre dare la parola affinché la politica pubblica torni a riferirsi agli interessi generali di queste e delle future generazioni. >>>

15 maggio 2010_____________________________________________________________

Gianfranco Fini, Giuseppe Pisanu
prefazione e postfazione a Fabio Granata, L’Italia a chi la ama. Modello italiano e nuova cittadinanza, Lombardi Editori

testo della proposta di legge Granata-Sarubbi

Il tema della cittadinanza è forse quello che, in questa fase storica, meglio si presta alla riapertura di un dibattito politico reale. Sullo sfondo di una questione caldissima per tutti gli stati europei come quello dell’immigrazione, discutere di cittadinanza, di cosa voglia dire oggi essere cittadino italiano, è già un modo per reagire alla micidiale macchina di semplificazione demagogica, che si è impossessata di questi temi. Frutto di un lavoro di riflessione collettiva in corso da anni, il libro di Fabio Granata indica con chiarezza la possibilità di una nuova sintesi politica che non si arrenda di fronte alla complessità del presente e alla paura del nuovo. Il concetto di cittadinanza, in questa prospettiva, risulta basato su una scelta politica, lontana sia dal mero contrattualismo, sia da legami biologico-territoriali. Analogamente al concetto greco e romano di civitas, l'adesione a una polis o a un'entità politico e istituzionale più grande significa condivisione di uno status legale e giuridico in grado di andare oltre le singole appartenenze, pur rispettandole e valorizzandole.

Un percorso teorico insomma di riconnessione alla Atene periclea del V secolo, come alla visione cosmopolita di Alessandro Magno, ma soprattutto alla Constitutio Antoniana che riconobbe come cittadini romani, a pieno titolo e diritto, tutti gli abitanti dell'Impero, innescando un processo di dinamismo politico e innovazione istituzionale che consentì un notevole ricambio e un considerevole consolidamento statuale per oltre due secoli. Una norma senza la quale non avremmo avuto imperatori come Settimio Severo, Aureliano, Diocleziano, Costantino e Giuliano.

La questione politica della cittadinanza peraltro va ben oltre l'orizzonte dei diritti civili e non può essere ricondotta nel solito stucchevole alveo di altisonanti, quanto ipocriti e poco applicati, 'diritti dell'uomo'. In quanto strumento essenziale di partecipazione democratica, la cittadinanza assume infatti risvolti di consapevolezza e di attivismo tesi alla gestione effettiva dei processi decisionali per il bene comune. Quindi non semplice riconoscimento legale, ma potenzialità, strumento di sintesi ed innovazione politica e progettuale.>>>

Daniele Tranchida

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Luciano Lanna
Spiegare Fini con la 'contraddizione'
Per tanti anni ci siamo ripetuti una frase di Alain de Benoist: «Pensare simultaneamente ciò che sinora è stato pensato contraddittoriamente». Un modo come un altro per sottolineare l'irriducibile essenza contraddittoria della politica moderna. Carlo Galli ha voluto dedicarci il suo ultimo saggio, Perché ancora destra e sinistra?, Roma-Bari, Laterza 2010, sottolineando l'impossibilità di annullare la presenza del fattore-contraddizione. «L'intera civiltà moderna - ha scritto a suo tempo con grande efficacia Eugenio Scalfari - è una foresta di contraddizioni, una grammatica irta di ossimori. Bisognerebbe dedicare un libro, e non basterebbe, a questa nuova modalità del linguaggio, a questa rottura della forma e quindi del pensiero. In politica, nell'arte, in filosofia. E non si tratta d'un fenomeno di questi ultimi anni; è venuto in superficie da quando la verità assoluta è stata messa in discussione e con essa i canoni che la sostenevano. Picasso ha mandato in pezzi gli ideali classici della bellezza. Nietzsche quelli del sistema filosofico. Joyce l'unità dell'io. Questa è la debolezza e insieme la forza della modernità (ecco un altro ossimoro): di essere contraddittoria, aperta all'imprevisto, magmatica, pragmatica...».>>>

 


 

12 maggio 2010_____________________________________________________________

 
 
SUPPLICI A PORTOPALO
dalla tragedia di Eschilo alle parole dei migranti
Alessandro Visca
 
Torino, 10, 11 e 12 maggio 2010
Parigi, Festival de l’Imaginaire, 9 e 10 aprile 2010 (brano video)

Portopalo di Capopassero e Siracusa, 19 e 20 settembre 2009
Rai 3 Suite- servizio radiofonico del 18 settembre 2009

Sulla costa siciliana, divenuta frontiera delle rotte della migrazione del Mediterraneo, un racconto teatrale basato sul dramma Supplici di Eschilo, che mette in scena la difficile decisione della Città di fronte alla richiesta di asilo di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla carestia. La logica del respingimento di chi si presenta a chiedere asilo alle porte della città, è in oggettivo contrasto con il codice etico della gente di mare, ma anche con la sensibilità condivisa di una comunità civile. Ma non basta la carità, non basta la pietà: solo la dimensione politica – insegna già Eschilo 2500 anni fa – può affrontare e risolvere positivamente, nel segno del bene comune, il difficile incontro tra migranti e cittadini.

Eschilo compone le Supplici intorno al 460 a.C.: la tragedia inizia con lo sbarco di un gruppo di migranti in fuga dal loro paese, l’Egitto, giunti a chiedere asilo in Grecia al re della Città, e si conclude con la decisione dell’intera Città di accogliere gli esuli come astóxenoi "stranieri e insieme nuovi cittadini", in nome dei diritti sacri dell’ospitalità.

Portopalo è una città di frontiera sulla punta estrema della Sicilia, un piccolo paese che vive quotidianamente la realtà degli sbarchi e il problema dell’accoglienza, in cui una piccola comunità di pescatori e di contadini è costretta a misurarsi con una legislazione ambigua, a fare i conti con norme restrittive che non fanno parte del codice tradizionale delle genti di mare.

 Portopalo è lo scenario su cui le parole antiche di Eschilo e i racconti dei migranti del nostro tempo acquistano una nuova vitalità>>>

 

22 aprile 2010_____________________________________________________________

La presa di parola
Monica Centanni, Peppe Nanni

Nella vicenda politica che si è aperta con la presa di distanza di Gianfranco Fini da Silvio Berlusconi molti commentatori hanno visto solo uno scontro d'ordine tattico per l'equilibrio del potere nell'area del centrodestra. I più avvertiti hanno sottolineato una incompatibilità tra due modi di intendere la politica e i ruoli istituzionali; ma pochissimi hanno registrato il sommovimento profondo di cui questo scisma è segnale perentorio. 

Gli ambienti più conservatori imputano a Gianfranco Fini e al suo ambiente commistioni e confusioni con la cultura di sinistra: e per ‘sinistra’ pare intendersi una immutabile entità metafisica rispetto alla quale ci si definisce scolasticamente a priori, per antitesi.  

Il paradosso è che, contemporaneamente, molti dei più avvertiti intellettuali provenienti dall’area antagonista alla destra, stanno prendendo atto della fine della sinistra, del deperimento della forza definitoria di quella nominazione.

In realtà quello che oggi davvero si apre è un ampio sommovimento geologico delle categorie politiche fin qui efficaci: è evidente che una serie di schemi non hanno più presa sulla realtà, che molte parole vengono agitate nell’agorà politica solo per lanciare insensati anatemi, per continuare a tenere alti steccati di separazione privi di senso concreto, o per rassicurare pigramente identità residuali. Quando non per coltivare l’illusione (errata nei fatti) che il consenso elettorale sia perpetuamente garantito, attingendo voti da serbatoi stagni, tra di loro non comunicanti >>>