FORUM DELLE IDEE
20
26 dicembre 2011
temi indice per autore archivio numeri colophon google

26 settembre 2011_____________________________________________________________

Parola politica, o del secondo fine della filologia
di Monica Centanni

Dire le parole giuste e opportune. Tà kàiria léghein – dire le parole opportune, al momento opportuno. Secondo kairòs. Non è l’incipit di un trattato di retorica antica: è il primo verso di una tragedia, forse la più politica delle tragedie eschilee, i Sette contro Tebe, in cui Eteocle il governante della città si pone, prima di tutto questo problema; trovare le parole opportune e, a colpi di parole, difendere la città dall’attacco che il nemico muove alle sue sette porte. Il governante, come il timoniere di una nave (kybernétes>in latino: gubernator) deve saper afferrare l’istante – kairòn labe ­­al v. 45 della stessa tragedia – sulla cresta del frangente si esercita la dote di prudenza, c’è occasione di dar prova di quella particolare forma di intelligenza che è duttilità, complicità con le circostanze, che in greco ha il nome di metis.

Parlare bene, parlare in modo opportuno: parlare filologicamente, parlare politicamente. È urgente ricordare questo modo greco di pensare e di mettere il pensiero in forma di parole, proprio oggi quando invale l’idea che sia lecito dire ‘brutte parole’. Il rumore dell’antipolitica è una vera e propria strategia retorica che consiste nel far passare ‘brutte parole’ e poi ritirarle. Ma intanto sono passate, sono diventate lecite, verosimili, plausibili. O nel dire volgarità, raccontare storiella dalla sceneggiatura improbabile, facendo passare ogni oscenità con l’ammiccamento allusivo del "si sa, tutti la pensiamo così’ Non è vero: e non è solo pornografia – è che non è divertente. I giochi, soprattutto i giochi di parole, sono divertenti perché sono seri, intelligenti, difficili. Giocare è difficile.

Vige l’idea che parlare ‘liberamente’ sia parlare irresponsabilmente. Nessuno chiede conto delle parole e del loro significato, e in assenza di ogni forma di responsabilità chi parla pubblicamente non è chiamato a rispondere di quello che dice, o promette, o minaccia.

Nella desertificazione del territorio del linguaggio, nella abolizione dello spazio dedicato al logos ragione parola pensiero dialogo – la strategia antipolitica prevede spesso il ricorso al buon senso, al ‘tutti sanno che’. Non è così: il buon senso comune è il contrario della ragion politica, per cui ci vuole coraggio, per cui servono parole opportune.

Sono saltati i generi del discorso, la differenza tra cronaca e fiction. La politica è raccontata come una lite tra tifoserie e tra personaggi da commedia – destituiti di ogni autorevolezza e spogli di ogni responsabilità. È lecito – ben si intende – che qualcuno voglia usare parole nel loro senso più volgare o più becero: che qualcuno conti di far leva sulla semplicità raccontando che questo è quello che ‘la gente’ vuole. Ma non è così: la gente gioca pensa ama in modo infinitamente più divertente e intelligente. Ognuno sceglie la grammatica e la sintassi che preferisce. È lecito, anche in campo retorico-politico, fare le proprie scelte estetiche e stilistiche: ma ognuno si deve prendere la responsabilità del futuro che evoca e, soprattutto, del presente che disegna.

E proprio intorno alla filologia, intorno alla ricerca della parola opportuna, dobbiamo 'fare partito' perché è nostra precisa responsabilità se il nostro mondo e il nostro presente sono come sono. Fare partito: tra chi vuole investire sul presente mettendo in gioco le sue energie contro chi si accomoda nella depressione pervasiva: nel ripiegamento sul passato – i proverbi da sempre falsi e inefficaci del ‘com’era bello una volta’ – o sul futuro – le prospettive messianico-apocalittiche. Le lucciole che Pasolini già agli inizi degli anni ’70 dava per scomparse, esistono ancora – ci insegna Didi-Huberman – basta ritrovare gli occhi per vederle (sul tema rimando al mio Lucciole malgrado tutto, ma anche a tutti i contributi di Engramma n. 84).

Filologia come arma politica, dunque. Perché, per l’uomo, solo sotto il cielo politico c’è la necessaria aria per respirare. Dire fare respirare – filologicamente, politicamente. Perché, insegna Aristotele, l’uomo è un animale dotato di logos, ma è anche zoon politikon, animale da polis. Le due definizioni si tengono insieme. Nella dimensione politica, infatti, l’uomo esercita l’unica qualità, la sola virtù che ha in dote e che lo caratterizza rispetto agli altri animali. E fuori della polis stanno soltanto – ipse dixit – la bestia o il dio (che, dionisiacamente, sono lo stesso).

È urgente quindi riiabilitare, filologicamente, lo spazio del pensiero e della parola, contro ogni fabula mitologica: è tempo di liberarci dalla fantasia romantica – il logos è anche un modo di dire il mythos, e senza logos il mito resta oppio dei popoli.

La scena politica è il luogo in cui si fa esercizio di parola. È la piazza della città – ovvero il meraviglioso vuoto proprio della dimensione politica, un vuoto da riempire di parole – che la Grecia ha inventato anche architettonicamente rispetto all'emergenza monumentale, e sempre tendenzialmente tirannica, di qualsiasi palazzo asiatico o medievale europeo. Piazza teatro bouleuterion – il corpo della città è fatto di vuoti pieni di energia dinamica, non del pieno di edifici di rappresentanza.

Il luogo per dirsi umanamente (filologicamente, politicamente) è dunque il vuoto che sta nel cuore della città. E il modo di esercitare il logos – la virtù umana per eccellenza – è la parrhesia.

Parrhesia – il parlare franco, il parlare ‘vero’ – insegna Michel Foucault – non è una procedura retorica, né didattica, né persuasiva. L’atto del prendere parola è un’azione efficace che si impone, fin dalle sue prime definizioni nell’Atene del V secolo, come dispositivo principe della democrazia in statu nascenti. Parrhesia non è, semplicemente, ‘libertà di parola’, perché solo l’atto di parrhesia compie e invera il dispositivo democratico: parrhesia è precisamente l’azione per cui, nell’assemblea in cui le leggi sono uguali per tutti i cittadini e tutti i cittadini hanno garantito il diritto di parola, un cittadino si alza in piedi e prende parola, giocando in questa mossa la sua aretè, le sue virtù di sapienza, di tecnica retorica, di coraggio individuale. Parrhesia, dunque, come stile agonistico coraggioso, pericoloso, di dire il vero (vedi: Il gioco della verità e della politica, in Engramma n. 68).

La filologia del cittadino/parrhesiasta – il cittadino che ama la parola giusta ed esercita la libertà di dirla – oppone la libertà umana all’apollinea, aurea e apofatica, reticenza del dio che ou lèghei allà semainei. L’uomo invece prende su di sé l’arrischio e la responsabilità dell’esercizio della parola.

Se i bambini fanno ‘il gioco della verità’; i cittadini-filologi possono fare, l’uno rispetto all’altro, il gioco filologico ‘della libertà di parola’ – che tende a scoprire la verità dinamica delll’essere insieme politicamente.

Atto di libertà di parola che si pone come limite di ogni potere, anche come limite al potere dei Maestri di verità (philosophia, non sophia), contro il potere di qualsiasi maestro: l’allievo – il bravo allievo – si alza in piedi e pone al maestro la sua ‘vera’ domanda, a cui il maestro probabilmente non sa e non può rispondere.

Parrhesia: libertà di parola. Non è mai vero che è garantita. Va allenata- va praticata. Alzarsi in assemblea, in consesso pubblico e dire la propria verità (rappresentarla indicandola, con il dito…). Metterla in gara con altre verità. Con quella del potente. O del Maestro. O del Testo.

Ma filologia – dirà qualcuno – è tecnicamente ‘cura del testo’. Vero è che, anche tecnicamente, il filologo che esercita la sua tecnica, il suo sapere sui minimi dettagli della parola, ma non è un ‘sacerdote’ del testo. Nessuna religione del testo, ma ricerca, invece, amore critico, per la ‘verità’ del testo anche contro il dato della sua tradizione. Una delle migliori definizioni di "filologia" è quella data da Friedrich Nietzsche che, dopo l'interruzione della sua brillante carriera di filologo dopo la pubblicazione della Nascita della tragedia (stroncato dalla cultura accademica per voce del giovanissimo filologo Wilamowitz) ormai "philosophus factus" così scrive nel 1886 nell'Introduzione a Aurora:

"Siamo amici del lento (...). Non per nulla si è stati filologi e forse lo siamo ancora: la qual cosa vuol dire maestri della lettura lenta (...). Filologia è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un'arte e una perizia da orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un'epoca del "lavoro": intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol 'sbrigare' immediatamente ogni cosa (...). per una tale arte non è tanto facile sbrigare qualsiasi cosa perché essa ci insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini, lasciando porte aperte, con dita e con occhi delicati".

Secondo fine – corpo a corpo con la parola ma non solo, non tanto, alla ricerca della parola ‘originale’ quanto alla ricerca della parola ‘giusta’, della parola vera con cui negoziare nel contesto una giusta relazione.

Filologia politica – direbbe Giorgio Colli (negli appunti per Apollineo e Dionisiaco): saggiare la verità, fragile, mobile sfuggente della parola, trovare il suo giusto profilo, il limite di senso. La parola vera è appannaggio dell’antica sophia dei maestri di verità. Il filologo, il filosofo si mette sulle tracce, si allena alla ricerca della verità.

Riprendendo la lezione di Giorgo Pasquali– filologia è attività squisitamente critica. Allenamento all’interrogazione paziente e rigorosa del minimo dettaglio – uno spirito, una virgola che possono cambiare il profilo di senso della parola. È esercizio di spirito critico contro l’apparente, l’esibita, neutralità del dato: è procedimento che provoca il dato – sia esso l’Istituzione, il Maestro, il Testo – a rispondere, o almeno a resistere all’interrogazione. Il vero testo (come d’altronde il vero maestro) è quello che resiste al dubbio, al sospetto, alla domanda, alla sollecitazione critica che fa ricorso a tutto l’armamentario che possiede per delegittimarne la ‘verità’. Vero è il testo che rimane dopo l’interrogazione. Filologia – disciplina eminentemente critica, che educa il cittadino alla libertà.

La filologia, dunque, come tecnica politica. È compito di chi è buon cittadino, ma soprattutto di chi studia essere filologo: esercitare i sensori critici. Ma anche avere cura delle parole e della complessità del loro significato. Ogni parola è un modo di dire il mondo: a povertà vera è perdita delle parole

E non è vero che facile sia meglio, semplice sia più comprensibile. Come sanno i grandi scrittori, artisti, filosofi etc. la semplicità è una conquista, un traguardo. Ma qui non siamo a parlare di poesia o di arte: è compito di chiunque agisca sulla scena della polis essere attenti allo spessore delle parole, ridare smalto di significato. Ridare immagini alle parole. Parole con significati esatti, convincenti.

La filologia, certo, è arte retorica, ma usando lo schema di Michelstaedter non è soltanto, retorica ma anche, soprattutto, tecnica agonistica di persuasione politica dell’altro: confronto, dialettica, gara. Va processato il senso di parole che sembrano scontate: il significato va interrogato continuamente e continuamente provocato a resistere nell'attrito con il presente. Va fatta esercitazione del senso critico sulla tenuta formale dei significati.

Mestiere del filologo-cittadino è fare continuo rinascimento– chiamare le parole a rinascere a nuovi significati. Perché abbiano senso per noi, oggi.