FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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editoriale
Il forum delle idee è nato nel 2007 dalla premessa che fare politica è fare attrito con l’esistente, non accomodarsi sul senso comune; disegnare scenari prima imprevedibili, non acquarellare il mondo che c’è. La politica è decisione per far accadere le cose>>  

seminario
parole per la politica
rocca di san leo (rn)
venerdì 11, sabato 12, domenica 13 novembre 2011



Interrogare e rilanciare il significato e la luce delle parole della politica, per proporre un nuovo vocabolario della vita activa nel nostro presente: iniziamo, con questo seminario sperimentale, a misurare la nostra passione e le capacità di azione e di intervento nella cosa pubblica.



Le prime parole processate e messe in movimento sono:
>democrazia/politica
>res publica/rinascimento/modello italiano
>diritti civili/libertà politiche/pubblica felicità



La formula è una tre giorni di studio e discussione corale, senza relatori ex cathedra, che si svolge in un luogo di particolare suggestione storica e architettonica come la Rocca di San Leo, adatto alla concentrazione e all’approfondimento, per iniziare a pensare e scrivere un nuovo 'lessico della politica'.

vai al programma >>>

informazioni: hetairia@tin.it

6 novembre 2011_____________________________________________________________

La politica non è l'esercizio del potere
di Luciano Lanna

 “Non è con le audacie dei nostri nonni che possiamo rispondere alle angosce dei nostri figli”
 Emmanuel Mounier

“…non ci sono soluzioni. Ci sono delle forze in cammino: bisogna crearle, le soluzioni vengono dopo”
Antoine de Saint-Exupéry

 

Non è il momento di fare appello (che sarebbe un alibi, una rassicurazione) a presunte identità, né ci serve un facile ricorso a ricette-soluzioni. No, se ci interessa riaprire uno spazio pubblico per la politica la strada da intraprendere e percorrere è un’altra.

Veniamo subito al ‘caso italiano’. Lo ha spiegato nel migliore dei modi Adriano Sofri sulle colonne di Repubblica: “Una volta avvenuto lo sgombero, questione di qualche giorno speriamo, si tratterà di ben altro che di una ex maggioranza e di una ex opposizione senza più Berlusconi e Bossi. Ci sarà – e questo è il passaggio-chiave del ragionamento di Sofri – un rimescolamento colossale e largamente ingovernato. L’ibernazione sta tenendo tutti nei loro angoli come in una partita di mosca cieca. Ma si sposteranno di colpo e la mosca non ci sarà più. Il nuovo sarà quella cosa lì: un casino, la normalità…”.

Perché partiamo da queste considerazioni? Perché se siamo interessati a far ripartire la politica, a rimettere in moto un processo in grado di archiviare la degenerazione antipolitica della ormai troppo lunga transizione italiana e a ricreare le condizioni di quel casino che sarebbe, per citare Sofri, la normalità, occorre da subito fare piazza pulita delle trappole che potrebbero portarci fuori strada.

Iniziamo dalla lettura di un articolo di Massimo Gramellini su La Stampa: “Uno dei frutti velenosi della crisi in corso è che abbiamo smesso di credere nel potere della democrazia. Trovo emblematico – scriveva il giornalista – il dissidio fra due pesi massimi del nostro immaginario, Steve Jobs e Barack Obama, ricostruito sul Wall Street Journal. Il padrone della Apple chiese al presidente americano di garantire la green card (il permesso di residenza) agli stranieri che si laureavano in ingegneria negli Stati Uniti. Obama rispose che sarebbe stato felice di accontentarlo, ma che gli mancavano i voti per far approvare la riforma dal Congresso. E Jobs si imbestialì: ‘Invece di farle, continui a spiegarmi perché le cose non si possono fare!’. Ma il cittadino confuso e infelice dei nostri giorni si riconoscerà più nel pragmatismo di Jobs, uno che, non dovendo mediare con nessuno, poteva trasformare le sue visioni in azioni e i suoi progetti in oggetti. Obama incarna invece l’impotenza della politica, che anche quando si riempie la bocca e il cuore di cambiamento, deve misurarsi con i meccanismi di mediazione che rallentano e depotenziano le decisioni. A questo punto, l’idea che per cambiare la politica basti cambiare i politici appare come una pia illusione che si rinnova a ogni campagna elettorale. Bisogna invece cambiare l’approccio, il metodo di funzionamento e di rappresentanza. La democrazia non è infatti burocrazia ma nemmeno una delega al santone di turno. È – conclude Gramellini – partecipazione alla vita della propria comunità. E si può ripartire solo da lì. Prima che i cittadini esasperati imbocchino la solita scorciatoia del populismo”.

La parola chiave è allora una sola: democrazia. Democrazia che non è altro che quel rimescolamento, quella contaminazione assai ingovernata, di cui parla Sofri. La democrazia, che quando nacque in Grecia fece nascere contemporaneamente la politica, è discontinuità consapevole, è dinamismo, è rottura del già dato, è l’azione attraverso cui dei cittadini si affermano nello spazio pubblico da cui l’ordine dominante tende a escluderli. La democrazia, dice Jacques Rancière, si costruisce “attraverso intrusioni trasgressive nei modi di parlare e nei modi di fare di cui i dominanti si erano riservati il privilegio”. Ancora: “L’azione politica non nasce dalla risposta a una sofferenza come molti tendono a raccontarsi, né dall’energia investita in quella lotta. No, la politica è la capacità creativa di inventare delle forme, degli spazi, dei tempi dell’azione collettiva in cui i ruoli prefissati dall’ordine di potere dato cambiano…”.

Attenzione non stiamo accennando a un passaggio dalla concretezza all’estetica o all’immaginario. No, qui si allude alla capacità, essenzialmente politica, di costruire parole e scenari in cui si riorganizzano i rapporti stabiliti e – fondamentale – si mette in discussione la logica delle identità definite. Per dir meglio: c’è democrazia quando diventa normale, fisiologica, positiva (anche nella necessaria dialettica conflittuale) una prospettiva efficace di mobilità civile, sociale e politica. In democrazia il dinamismo politico si nutre della potenza delle idee, delle parole e delle immagini, creandone e proponendone di nuove al fine di dislocare poteri e rappresentanze. È quello che Ranciére spiega così: “La politica è il perenne tentativo di dislocamento precario di quel presunto ordine definito che recinta ognuno al suo posto sotto il comando di quelli che sarebbero designati a governare per ragioni di nascita, di ricchezza, di competenza, di opportunità di realpolitik. La politica esiste invece nello scarto che afferma la capacità e la legittimità di tutti i soggetti, individuali o corali, a partecipare e l’assenza di qualsiasi fondamento dato per il dominio. Questo scarto è una possibile invenzione continua del presente”.

Ricapitoliamo. La politica non è l’esercizio del potere. La politica non è poi la lotta per la conquista e la pratica del potere. E la politica, infine, non è l’affidamento del bene comune alle oligarchie governamentali, considerate illuminate dai loro esperti. Il politico non è lo statuale, il politico non è la prassi per la conquista del potere. La politica è invece prendere parte nella sfera pubblica. Il demos nella democrazia ateniese non designava infatti una categoria sociale inferiore ma faceva parte del demos colui che parla quando non deve parlare, chi prende parte a ciò di cui non costituirebbe parte. La politica, in ultima istanza, è antitetica all’accettazione del presente così come esso è, la politica anzi coincide con il mettere in discussione gli schemi dati sulla conquista e la legittimazione consolidata degli assetti di potere.

Ecco perché una volontà costituente, una proposta di nuova soggettività politica non può recintarsi in formule o categorie che toglierebbero a un progetto tutta la sua carica innovativa facendolo rifluire negli schemi del già dato, che finisce per essere funzionale a un assetto di potere che sta estinguendosi per consunzione lenta. A cominciare dal definirsi con le ormai bicentenarie metafore spaziali e topografiche che, usate, hanno solo la forza di disinnescare l’energia innovativa. Non solo non ha senso ricorrere ancora a formule come centro, sinistra o destra e mescolanze varie, ma non se ne fuoriesce aggiungendo aggettivi vari – moderato, laico, riformista, repubblicano, liberale – che appartengono anch’essi a contrapposizioni politiche e ideologiche davvero lontane. Non si può, insomma, fuoriuscire dai recinti del Novecento a passo di gambero, tornando addirittura alle logiche ottocentesche. No, andare oltre il Novecento significa superare d’un tratto le vecchie metafore e azzardare coraggiosamente la rappresentanza di quel demos maggioritario che attende solo di essere riconosciuto, per portare avanti la partita, che è essenzialmente ‘democratica’ come abbiamo visto, per la visibilità pubblica di questo demos.

Non a caso, di “sfidare il presente” parlavamo nel nostro Manifesto di ottobre dello scorso anno. E scrivevamo: “Non c’è politica senza un pensiero di rottura delle consuetudine usurate: occorre abbandonare la retorica che inchioda il futuro al passato. Superando le vecchie e inaridite appartenenze, congedando le ossessioni e i ricatti delle memorie ferite, la politica rinasce nel punto in cui si incontrano immaginazioni diverse che congiurano per un nuovo patto politico. Non c’è politica senza un pensiero che esprima la passione del presente come intelligenza del futuro, che non è solo dopo, ma è anche altro: è sparigliare le carte e le compagnie del gioco per disegnare nuove coordinate dell’impresa comune. Esatta passione, mobilitazione di energie intellettuali e politiche per l’edificazione di un nuovo paesaggio nazionale”.

Riprendere questo filo non può allora che significare definitivamente la rottura dello schema conformista e della finzione classificatoria che per troppo tempo hanno ingabbiato e recintato il caso italiano. Lo aveva spiegato bene Pierluigi Battista in un suo bel saggio di un paio d’anni fa, in particolare contestando “il simulacro di guerra civile inscenato ogni giorno da chi crede che il bipolarismo politico si traduca immediatamente in bipolarismo culturale e si sublimi addirittura in un bipolarismo antropologico. Come se davvero esistessero e avessero senso politico due blocchi culturali omogenei, uno di destra e uno di sinistra. Come se davvero esistessero due distinti tipi umani, il tipo di destra e il tipo di sinistra”.

Ma se così fosse vivremmo non in una società, articolata, intrecciata e pluralista, ma in una società primitiva costituita da tue tribù, due clan in guerra perenne tra di loro. Ed è proprio questa narrazione primitiva che fa da sfondo ideologico e sovrastrutturale al populismo impolitico che domina l’Italia da qualche tempo. “Con il mito delle due Italie irriducibilmente contrapposte”, precisava Battista, “la sfumatura diventa tiepidezza inammissibile, il chiaroscuro intelligenza con il nemico”. E così, per fare un esempio attuale, una ragionevole - e adeguata ai tempi - proposta di integrazione e cittadinanza per gli immigrati regolari diventa un sotterfugio per stravolgere la nostra identità nazionale. E la proposta di introdurre la pensione di reversibilità per il convivente di fatto si traduce nientemeno che in un attentato alla famiglia. O il parlare di diritti civili, di primato della sfera personale, di imposta patrimoniale di fronte alla crisi, vengono lette come deviazionismi comunistoidi. “Ma è questa riduzione ai luoghi comuni del tempo – spiega il filosofo Mario Tronti – che ha ridotto la politica al fantasma di se stessa e ha fatto crescere di fronte a sé la potenza distruttiva dell’antipolitica, una massa sopressiva, azzerante, distruggente, che coerentemente finisce per essere cavalcata da personalità non carismatiche ma mediatiche, incapaci proprio per questo di assumere il livello della decisione, prigioniere come sono del cosiddetto consenso”.

Ecco, è proprio per scavalcare tutto ciò, che occorre porsi consapevolmente in mare aperto e con il solo orizzonte definito della democrazia. Non a caso una considerazione del politologo Marco Revelli, autore di un saggio importante come Le due destre, guardando all’area emersa con lo ‘strappo’ di Fini sottolineava tempo fa che si è via via sviluppata nel nostro paese da destra un’area di pensiero ancor prima che politica in senso stretto che, nonostante tutto, nella rottura del post68 riuscì a esprimere sin dall’inizio “codici adeguati a interpretare al meglio la contemporaneità, quelli generatisi nella grande cultura novecentesca e che includevano quest’area in una forma possibile della comunicazione. Quel segno – sottolineava lo studioso – è rimasto nel corso di un ventennio. Quell’abitudine al pensiero ha permesso a molti un’evoluzione convergente con l’area democratica delle culture politiche del nostro paese”. Appunto, non si tratta di convergere in centrodestra o centrosinistra possibili, che già ci sono e sono tutti dentro la crisi politica in atto, ma di costruire un’alleanza democratica, nel senso di democrazia sin qui teorizzato.

Non possiamo che essere d’accordo con Fiorello Cortiana quando scrive: “C’è qualcosa di più profondo qualcosa di più profondo che si muove nel drammatico crepuscolo di B., qualcosa che richiede di non essere risolto con una battuta affinché il dopo B. rappresenti un passo in avanti per la nostra democrazia repubblicana. Berlusconi non è la causa del disastro, bensì ne costituisce l’espressione, il sintomo e il prodotto più probabile nelle condizioni politiche italiane di fine Novecento. Le cause originarie risiedono nei limiti di forma e di contenuto dei partiti popolari della Prima Repubblica, la Dc, il Pci, il Psi che avevano ignorato il '68 e il '77 derubricandoli a questione di ordine pubblico o terapeutico; che avevano vissuto i referendum divorzio e aborto come parentesi, l'emergenza radicale come sberleffo pittoresco e il femminismo come ‘questione femminile’; che avevano occupato tutte le articolazioni istituzionali, dal Parlamento, agli Enti, ai Consorzi, alla RAI ecc.; che vivevano l'articolazione sociale del sindacato e dell'associazionismo come una dipendenza assoggettata a sé. Partiti che si rifacevano a ragioni ideologiche finite e che pretendevano di ridurre tutto alla contrapposizione destra/sinistra. Ma il modello energivoro e militare nucleare discusso dai verdi era di destra o di sinistra? (…) Dietro queste apparenti contrapposizioni, obbligati da Yalta all'impossibilità dell'alternanza, prendevano corpo le pratiche consociative di occupazione e spartizione della cosa pubblica, altro che la politica come servizio! Così il protagonismo di un'opinione pubblica avvertita che attraverso i referendum chiedeva l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti veniva ignorato, aggirato e deriso chiamandolo rimborso, finanziamento alla stampa. Un sistema di gestione della cosa pubblica che in più richiedeva il pizzo con le tangenti per opere pubbliche anche devastanti, ma che facevano girare lire e occupazione, così come la moltiplicazione di metri cubi immobiliari che sfregiavano città e territori. Così si spiega il successo di un abile comunicatore, che disponeva di molteplici canali televisivi, alla faccia della sentenza della Corte Costituzionale  e grazie alla partitocrazia e alle tangenti/finanziamenti che elargiva.  B. , allo scoppio del sistema tangentato , si e' presentato come l'imprenditore di successo nonostante i partiti, si e' presentato come colui che avrebbe liberato le istituzioni dall'occupazione partitocratica,  innovandole. Sappiamo com' e' andata, era merce contraffatta e avvelenata.… Ma adesso non ci sono più scorciatoie. Occorre ripartire da qui per aprire un processo democratico partecipato per il dopo Berlusconi. Misuriamoci dunque sulle proposte”.

E gli esempi che fa ci portano alla concretezza di una nuova politica possibile. Aboliamo le Province? Ridimensioniamo i costi delle caste? Creiamo le città metropolitane? Verifichiamo la necessità e le dimensioni delle comunità montane, dei Consorzi e dei mille enti e delle tante ex municipalizzate? Nella sanità come la mettiamo con la diffusa spartizione in luogo del merito? E poco importa se sia fatta a favore della Compagnia delle Opere piuttosto che della Lega delle Cooperative. Affrontiamo seriamente i problemi della scuola? Vogliamo effettivamente liberalizzare l’economia e i servizi in questo paese? Vogliamo difendere i beni comuni, dall’acqua all'energia, come è stato affermato dai referendum? Riconosciamo la produzione di valore nell’economia della conoscenza? E ancora ci sono le nuove questioni poste dalla rete che crea un nuovo spazio pubblico e impone un nuovo concetto di privacy.

“Non si tratta di una questione generazionale – ci ricorda Cortiana – ma di una questione politica: come vengono affrontati e risolti i nodi dell'apertura, della liberalizzazione e della responsabilizzazione diffusa della nostra società  di fronte alle rendite di posizione finanziarie, imprenditoriali, sindacali, partitiche e di tutte le categorie/ordini professionali che danno del loro agli altri per non pagare il dazio?”

Sono solo alcuni esempi delle grandi questioni che debbono impegnare una soggettività politica democratica. E sono le questioni che possono definire il terzo polo non come una riserva di residualità ma come il baricentro di innovazione che il paese reclama. Nel tempo della globalizzazione la partita non si gioca sul piano spaziale ma temporale. Vince chi definisce prima le risposte alle sfide che l’epoca propone. Che non sono risposte o ricette di centro, di destra o di sinistra. Ma sono risposte alla crisi. Insomma: non ci si chiede di posizionarci nello spazio e di trovare sintonie e alleanze d’appartenenza, ma di prendere parte di fronte alle grandi questioni. Qui l’alternativa non è se si è di sinistra o di destra ma se formuliamo una prospettiva politica libertaria o autoritaria, riformatrice o conservatrice, populista o democratica. E noi, consapevolmente, stiamo dalla parte di una politica libertaria, riformatrice, innovatrice. In una parola: democratica.

 

per firmare il manifesto di ottobre e per informazioni sulle iniziative vai al sito
www.manifestodiottobre.it

19 ottobre 2011_____________________________________________________________

bando per la partecipazione al seminario
parole per la politica

26 settembre 2011_____________________________________________________________

Parola politica, o del secondo fine della filologia
di Monica Centanni

Dire le parole giuste e opportune. Tà kàiria léghein – dire le parole opportune, al momento opportuno. Secondo kairòs. Non è l’incipit di un trattato di retorica antica: è il primo verso di una tragedia, forse la più politica delle tragedie eschilee, i Sette contro Tebe, in cui Eteocle il governante della città si pone, prima di tutto questo problema; trovare le parole opportune e, a colpi di parole, difendere la città dall’attacco che il nemico muove alle sue sette porte. Il governante, come il timoniere di una nave (kybernétes>in latino: gubernator) deve saper afferrare l’istante – kairòn labe ­­al v. 45 della stessa tragedia – sulla cresta del frangente si esercita la dote di prudenza, c’è occasione di dar prova di quella particolare forma di intelligenza che è duttilità, complicità con le circostanze, che in greco ha il nome di metis.

Parlare bene, parlare in modo opportuno: parlare filologicamente, parlare politicamente >>>



9 febbraio 2011
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Il gioco è qui e ora
di Franco Cardini, Monica Centanni, Giuliano Compagno, Luciano Lanna, Peppe Nanni, Gianluca Sadun Bordoni

Gli intellettuali stanno con Fini? Gli intellettuali abbandonano Fini?
La questione, apparsa nei commenti della stampa negli ultimi giorni, inventa un falso problema: non esistono da una parte gli intellettuali e dall’altra i politici, da un’altra ancora i cittadini. Esiste la lotta e lo scontro tra due concezioni della vita comune: una che non mette in discussione la società esistente, i suoi stereotipi, ritiene immutabili gli schieramenti dati, ha l’obiettivo minimalistico (e fondamentalmente antipolitico) della gestione dell’esistente. L’altra vuole governare proficuamente i cambiamenti in atto e a sottolineare le potenzialità positive delle trasformazioni. Solo la seconda si chiama, semplicemente, politica. Solo la seconda richiede immaginazione e pensiero, coraggio intellettuale.

La partita politica
Negli ultimi mesi in Italia, nella gravità senza precedenti di una situazione in cui è venuta meno la grammatica del bene comune e della convivenza civile, qualcosa ha incominciato a muoversi. Mentre in superficie crollava definitivamente qualsiasi parvenza di forma non già della politica ma dell’etica pubblica, nel profondo si smuovevano nuove, positive, energie. Gianfranco Fini con la sua progressione di prese di posizioni ha tracciato un nuovo orizzonte possibile dell’azione politica e un sentimento generale della società civile, che ha così trovato corrispondenza nelle istituzioni. Un circolo virtuoso al tempo stesso produttivo e fragile. Potente, perché in grado di tradurre le spinte propulsive in istanze parlamentari, ma necessariamente precario perché sottoposto alla verifica continua, alla faticosa necessità di spiegare le mediazioni ineludibili della dialettica politica che suscitano perplessità e appannamento di immagine agli occhi di quanti aspettano con impazienza una svolta netta e radicale >>>


27 dicembre 2010_____________________________________________________________
Dopo il 14 dicembre, il Polo della Nazione. Ma non moriremo democristiani
Fiorello Cortiana

La proposta del Polo della Nazione e la costituzione del coordinamento parlamentare promosso da Fli, Udc, Api, Mpa e altri costituisce un significativo passaggio nell'agonia della politica italiana. La tempestività della scelta non risponde tanto a necessità difensive rispetto alle ulteriori avances di Berlusconi verso singoli parlamentari, essa piuttosto conferma la maturità politica ed esistenziale di Casini e Fini. Da tempo hanno capito che non esiste nessuna eredità di Berlusconi da contendersi bensì la piena distorsione della politica italiana per ciò che riguarda il suo senso e la sua funzione nella relazione tra cittadini, forze politiche e istituzioni: un rapporto piegato agli interessi particolari, allo scambio e al mercimonio. Appare chiaro che tutto ciò si rende necessario per la ricostituzione di una politica pubblica capace di rispondere a interessi generali, di queste e delle future generazioni è la ripresa di quella capacità autenticamente riformista che l'Italia ha conosciuto in alcune stagioni del centrosinistra della Prima Repubblica e nel rispetto delle condizioni per l'ingresso nell'euro nel 1996.

Qui è il punto: un'azione riformista innovatrice nella politica pubblica italiana è possibile solo a condizione che essa non sia strumentale a semplificazioni partitiche, deve quindi restare aperto un processo che veda il concorso di diverse culture con diversi riferimenti sociali. Soprattutto la natura aperta di questo processo deve consentire la partecipazione degli "invisibili" oggi non rappresentati e non presenti ai tavoli negoziali tra istituzioni e forze sociali. Per questo la mobilitazione e le ragioni dei giovani e dei produttori della conoscenza, di cui le partite Iva spesso nascondono la condizione di precarietà, vanno sottratte alla deriva da ordine pubblico. Il loro disagio non deve diventare devianza e invece di una estetica della violenza deve poter trovare interlocuzione politica al fine di costituire energia per il cambiamento.

Così come la globalizzazione e i nuovi protagonismi internazionali costituiscono una strordinaria opportunità per chi è capace di portare innovazione e ricerca sui mercati, anche la crisi della politica italiana, nata dai limiti dei partiti popolari dopo la caduta del muro e la fine della società industriale e della quale Berlusconi è il prodotto, non va vissuta come catastrofe ma come condizione per il cambiamento. Ho vissuto da vicino la costituzione dell'Ulivo del '96, è stata una esperienza politicamente feconda finché è stata un incontro tra culture democratiche, storiche e recenti, sul piano del governo. Ma quando lì è prevalsa la pratica da "bolscevichi nei soviet" l'astuzia e la presunzione hanno avuto la meglio sulla cultura di una responsabilità condivisa.

È una lezione importante anche per la nuova esperienza che si è messa in moto. Qui, al di là della rendita di posizione dovuta al 'fattore K', è utile riferirsi, attualizzandolo, al modello plurale e socialmente composito costituito dalla Dc e, non sembri paradossale, nella stagione della società di massa e dei diritti civili dal Partito radicale di temi, campagne e soggettività. Per una forza politica che si propone di definire un nuovo senso comune dell'agire in società il retroterra è oggi costituito dalla Costituzione repubblicana e dai suoi diritti/doveri alle pari opportunità civili, sociali, culturali e ambientali che essa afferma.

A partire da questo 'patriottismo repubblicano' è possibile affrontare le nuove sfide, anche le più spinose, quali quelle della bioetica, della rete digitale interconnessa con la sua trasparenza, condivisione e possibile partecipazione, piuttosto che della relazione ambiente/cultura/paesaggio. In questa condizione di unità nazionale dentro l'Europa il federalismo si può declinare come responsabilizzazione diffusa e sussidiarietà e non come contiguità tra piccole patrie contrapposte ed indifferenti. Lo spazio aperto dal Polo della nazione è quindi più ampio ed evocativo della somma dei suoi proponenti, in questo processo «solve et coagula», come suggeriva Alex Langer, le diverse culture sono a confronto e in relazione con una verifica di efficacia così come la capacità dei gruppi dirigenti e la loro permeabilità.

già in Secolo d'Italia del 18/12/2010

31 ottobre 2010_____________________________________________________________


manifesto di ottobre 
passione del presente, per una rinascita della res publica e per un nuovo impegno politico-culturale
le prime (più o meno) 100 firme

Ottobre 2010: si apre un varco per un atto di politica generativa, una decisione perché qualcosa avvenga. Politicamente, cioè nella vita di tutti, con l’azione di tutti: un patto per la rinascita della res publica. Non una litania di valori ma un progetto per l’Italia contemporanea, una concreta costruzione di rigore e di impegno civile.

La politica oggi non ha visione né passione, non sente né esprime i bisogni e i desideri dei cittadini, che, votanti o no, la rifiutano e ne sono rifiutati, confinati ai margini di una sfera pubblica occupata da interessi privati e oligarchici. Solo attraverso l’immaginazione e il progetto la politica può ritrovare il senso della realtà, rimediando alla rassegnazione esistenziale che spegne lo spirito individuale e contrastando lo scetticismo diffuso che azzera ogni sentimento della cosa pubblica.

Ma politica e cultura crescono insieme o insieme declinano. Senza cielo politico non c’è cultura, ma soltanto erudizione e retorica: un rinnovato impegno politico e intellettuale si offre oggi come occasione di rinascita civile, come segno di responsabilità che coinvolge tutti i cittadini e in prima persona chi lavora con il pensiero e l’invenzione, con l’intelligenza e la fantasia, per stabilire la stretta relazione tra Potere e Sapere che dà virtù all’etica pubblica.

La corruzione politica più grave non è quella di cui si occupano i tribunali: l’illegalità è solo l’altra faccia della routine e del cinismo al potere.La crisi è profonda perché come una vera ruggine ha sfigurato l’immagine e intaccato la sostanza della politica. Non sono solo i partiti a essere in crisi ma la politica stessa è in pericolo perché non ha più né parole né ragioni per dirsi.Le parole della politica sono corrose, sono spuntate, non fanno presa sulla realtà.

E' urgente uscire da una fase di transizione infinita, aprendo la strada alla modernizzazione della politica, della cultura, dell’economia italiana. Occorre promuovere una fase costituente, sottoscrivere un nuovo patto fondativo: costituzionale in un senso non solo giuridico, politico in senso non solo istituzionale.

Occorre ritrovare il filo di un grande racconto, di una narrazione più vera e più nobile della cultura e della storia repubblicana contro il degradante clichè di una italietta furba e inconcludente: ripensare il modello italiano e incarnare quel progetto, ridare corpo a una tradizione civile di cui si possa andare orgogliosi.

Mettere in gioco un libero pensiero, critico e creativo, in sintonia con le energie del presente per investire inquesto nostro tempo: pensiero per sfidare il presente, ma insieme pensiero per costruire il presente. Non c’è cultura né azione politica efficace senza passione del proprio tempo.

Non c’è politica senza un pensiero di rottura delle consuetudine usurate: occorre abbandonare la retorica che inchioda il futuro al passato. Superando le vecchie einaridite appartenenze, congedando le ossessioni e i ricatti delle memorie ferite,la politica rinasce nel punto in cui si incontrano immaginazioni diverse che congiurano per un nuovo patto politico.

Non c’è politica senza un pensiero che esprima la passione del presente come intelligenza del futuro, che non è solo dopo, ma è anche altro: è sparigliare le carte e le compagnie del gioco per disegnare nuove coordinate dell’impresa comune. Esatta passione, mobilitazione di energie intellettuali e politiche per l’edificazione di un nuovo paesaggio nazionale.

Il patriottismo repubblicano è la forma non retorica di questo sentimento che è regola, prima che tradizione, impegno prima che eredità. E che è anche cura del bene comune e dei beni comuni,difesa del paesaggio italiano, consapevolezza collettiva del patrimonio materiale e immateriale.

Patriottismo repubblicano è promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà. La migliore garanzia contro l’ingerenza arbitraria del potere nella sfera della libertà personale è infatti l’attiva partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: “La libertà politica significa infattiildiritto di essere partecipe del governo oppure non significa nulla” (Arendt). Per questo è essenziale assicurare ai cittadini gli strumenti utili a “conoscere per deliberare” (Calamandrei). La politica vive nel nesso inscindibile tra pensiero e azione, tra cittadinanza e partecipazione politica, non nella rigida 'divisione del lavoro' tra rappresentanti e rappresentati, che aliena gli uni e gli altri e degrada la vita pubblica, spingendola alle opposte derive tecnocratiche e populistiche.

La politica laica protegge, custodisce, riveste la nuda persona di tutti i diritti civili che vanno precisamente declinati e garantiti: ma afferma anche il valore dei diritti politici che fanno di una persona un cittadino attivo. Patriottismo repubblicano è anche coltivare un’idea positiva della competizione tra le parti e dell’agonismo tra le forze politiche come presidio della libertà, secondo la lezione che Machiavelli desume dall’esperienza della repubblica romana.

Politica, però, è non solo rappresentazione dell’esistente, ma presentazione dei ‘senza parte’. Rappresentare gli ‘invisibili’, la realtà molecolare e disaggregata degli outsider i cui interessi non contano e non pesano nei rilevamenti statistici o nelle simulazioni dei sondaggi: che non hanno espressione e finiscono schiacciati e confusi nell’area indifferenziata del non voto e della renitenza civile. Non sono tutti poveri. Non sono tutti disoccupati o sottooccupati. Non sono tutti marginali. Non sono tutti stranieri. Ma sono tutti ‘clandestini della politica’, esclusi dalle logiche della rappresentanza e della decisione pubblica. Si tratta di persone – e sono milioni – la cui precarietà, prima ancora che da condizioni economiche e sociali, dipende da ragioni di esclusione e di afasia politica: refrattari alla vita pubblica e, proprio in quanto politicamente e intellettualmente più esigenti, non corrisposti dalle logiche privatistiche, antipolitiche, anticulturali che in questi anni hanno monopolizzato la sfera istituzionale.

Non c’è politica senza un pensiero che anticipi e accompagni l’azione trasformatrice. Il principale compito intellettuale della politica consiste nel riaccendere l’immaginazione progettuale della società. La politica deve rispondere con parole e azioni adeguate alle opportunità e alle sfide della scienza e della tecnologia nell’era della globalizzazione, dotandosi delle forme procedurali e istituzionali che possano governare i processi e i progressidell’innovazione: investire strategicamente nella ricerca, nelle arti e nelle nuove sfide dell’apprendimentoper avere presa sul futuro.

Azione politica e impegno intellettuale: l’obiettivo è accrescere il capitale sociale rappresentato dall’intelligenza e dalle virtù civili degli italiani. La qualità di una Città e del suo futuro si misura sulla virtù e sul merito dei suoi cittadini.

È in atto un sommovimento geologico delle categorie della politica e, in questa accelerazione dei tempi, la forza dinamica sprigionata dalla crisi può essere convertita in energia produttiva. La principale sfida politica e intellettuale che attende l’Italia è trovare la misura per riconoscere, chiamandoli con nuovi nomi, quanti sanno governare il presente e progettare il futuro, rispetto a quanti difendono l'esistente come il miglior mondo possibile. Il compito richiede coraggio – virtù politica per eccellenza.

 

per firmare il manifesto di ottobre
e per informazioni sulle iniziative vai al sito

www.manifestodiottobre.it



23 ottobre 2010_____________________________________________________________

manifesto di ottobre 
passione del presente, per una rinascita della res publica e per un nuovo impegno politico-culturale

seconda tappa - Milano 26 ottobre 2010
Teatro Franco Parenti, ore 15.30

ufficio stampa Manifesto di Ottobre
alessandro visca 335 1222266

10 ottobre 2010_____________________________________________________________

manifesto di ottobre  
 prima tappa - Roma 6 ottobre 2010

rassegna stampa
Trenta intellettuali per il Manifesto, Secolo d'Italia, 6.10.2010
Luca Telese, Fli il partito leggero che cerca voti anche a sinistra, Il Fatto quotidiano, 6.10.2010
Peppe Nanni, Un manifesto per l'Italia di domani, Secolo d'Italia, 7.10.2010 (ripubblicato in Ffweb Magazine)

Maurizio Bruni,
E da trenta intellettuali in azione arriva il "Manifesto d'ottobre": le parole per una nuova politica, Secolo d'Italia, 7.10.2010
Alessandro Trocino, Il "Manifesto futurista" piace a sinistra. Firmano Cacciari, Marramao e Borgna, Corriere della Sera, 7.10.2010
Maurizio Stefanini,
Ex neodestristi, accademici, situazionisti. I nuovi intellò di Fini
, Il Foglio, 7.10.2010
Nicoletta Tiliacos, Il cenacolo rossonero, Il Foglio, 8.10.2010

Pierluigi Bollone
Baima, Gli intellettuali progressisti seguono l'ex An. E' la dimostrazione che il suo progetto fallirà, Libero 8.10.2010
S.D'A., Cacciari "tentato" dal manifesto di Fini, Corriere del Veneto, 8.10.2010
Paolo Franchi, Fini, il "Manifesto di Ottobre" e quegli intellettuali un po' retrò, Corriere della Sera, 9.10.2010
Federico Orlando, Noi e la destra futurista (intervista a Giacomo Marramao), europaquotidiano.it, 8.10.2010

Franco Cardini, Noi futuristi, più avanti di Fini,
europaquotidiano.it, 9.10.2010


2 ottobre 2010_____________________________________________________________

manifesto di ottobre  
appello agli intellettuali italiani per un nuovo impegno politico-culturale  

laboratorio politico
promosso da Forum delle Idee, Fare Futuro, Libertiamo

primo seminario - Roma 6 ottobre 2010


Sul metodo
Pensiero politico e azione civile: per un rinascimento della politica e della cultura
 
Sul piano politico-sociale: rappresentare gli invisibili

1. contro la corruzione dell’immaginario, una nuova passione della cittadinanza  
2. lo spazio laico della politica: una garanzia per tutti
3. oltre i diritti civili, la libertà politica
 
Sul piano politico-istituzionale: per una Italia plurale e federale
4. federalismo: l’Italia in rete  
5. patriottismo repubblicano  
 
Sul piano politico-culturale: il modello italiano
6. investimento sulla paideia  
7. modello italiano 

Sul metodo: appunti
Il varco che si aperto con Futuro e Libertà è un atto di politica generativa, una decisione perché qualcosa avvenga. Politicamente, cioè nella vita di tutti, con l’azione di tutti. Non c’è politica senza un pensiero che anticipa e accompagna l’azione trasformatrice, non c’è politica senza un pensiero di rottura e slegamento dalle consuetudini. Contro il ricatto paralizzante di passate appartenenze, la politica si svolge nel punto in cui si incontrano immaginazioni diverse che congiurano per un futuro preciso ed esaltante.>>>


14 settembre 2010
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Peppe Nanni
Rete- tempo- politica


RETE
La Rete si pone come princeps, nuovo inizio, che libera la potenza dell'Evento. La fluidità tra i nessi, il gioco di rifrazione tra i nodi, concepito come campo energetico privo di centro, non affida a nessuna istituzione burocratica le chiavi del cuore avventuroso di questo logos eracliteo (“per quanto tu cammini, non troverai mai i confini dell’anima”) ma moltiplica l'energia, consentendo al sistema di scambio, a Matrix, di concentrarsi nella distensione, strutturando in modo inedito le sue combinazioni molecolari.

RETE-TEMPO
Il tempo veloce e sapiente – insieme ermetico ed ermeneutico –  che la rete e tutti i media della modernità offrono alla nostra esistenza individuale, irrompono nella dimensione politica come un’occasione eccezionale di ripensare anche spazi modi tempi della vita activa. >>>
 

30 luglio 2010_____________________________________________________________

«Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto:
abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano:
è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà.
Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito.
Oh, quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nella pareti di questa gabbia!
Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà – e non esiste più ‘terra’ alcuna!»
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 124

Gianfranco Fini
Dell'inizio
testo integrale della dichiarazione del 30 luglio 2010

Ieri sera in due ore, senza poter esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare perché ritenuto colpevole di, e leggo il documento che é stato approvato ieri sera, "stillicido di distinguo o contarietà nei confronti del governo, critica demolitoria alle decisioni del partito, attacco sistematico al ruolo e alla figura del premier", inoltre avrei "costantemente formulato orientamenti" perfino, pensate che misfatto, "proposte di legge che confliggono con il programma elettorale".

La concezione non propriamente liberale della democrazia che l'onorevole Berlusconi dimostra di avere, emerge anche dall'invito a dimettermi perché, sempre parole del documento, "allo stato è venuta meno la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto le elezioni".

Ovviamente non darò le dimissioni perché è a tutti noto che il presidente deve garantire il rispetto del regolamento e la imparziale conduzione della attività della Camera, non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale, modello "amministratore delegato-consiglio di amministrazione", che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni democratiche.>>>


18 giugno 2010_____________________________________________________________

Peppe Nanni
Il gioco della verità e della politica


Gli interventi di Gianfranco Fini sulla scena politica, a partire dalla sua presa di parola ai lavori della Direzione Nazionale del Pdl del 22 aprile, hanno rotto un incantesimo orwelliano. Come ha ricordato Sofia Ventura: “Fine della Neolingua – spiegava Orwell – era rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Era sottinteso come, una volta che la Neolingua fosse stata definitivamente adottata, un pensiero eretico sarebbe stato letteralmente impensabile”. Contro la cattiva retorica della "politica del fare", il discorso efficace di Fini ha dimostrato che le parole sono pietre capaci di infrangere le vetrate del conformismo unanimista. In produttivo attrito con la realtà, la presa di parola è il gesto fondativo della politica, fin dai suoi albori in Grecia:

Parrhesia – il parlare franco, il parlare ‘vero’ – non è una procedura retorica, né didattica, né persuasiva. L’atto del prendere parola è un’azione efficace che si impone, fin dalle sue prime definizioni nell’Atene del V secolo, come dispositivo principe della democrazia in statu nascenti. Parrhesia non è, semplicemente, ‘libertà di parola’: parrhesia è precisamente l’azione per cui, nell’assemblea in cui le leggi sono uguali per tutti i cittadini e tutti i cittadini hanno garantito il diritto di parola, un cittadino si alza in piedi e prende parola, giocando in questa mossa la sua aretè, le sue virtù di sapienza, di tecnica retorica, di coraggio individuale >>>

 
16 maggio 2010_____________________________________________________________

Fiorello Cortiana

La crisi anche come opportunità

A che serve l'Italia
lunedì, 17 maggio alle ore 18,30 al Teatro Parenti di Milano (via Pierlombardo)
organizzato da Umberto Croppi, con Fiorello Cortiana, Peppe Nanni, Sergio Scalpelli, Bruno Tabacci, Marco Vitale

A che serve l'Italia, I incontro, Roma 15 aprile 2010 (Radio radicale- audio integrale)

A che serve l'Italia. La mancanza di un punto di domanda dopo queste parole impegna tutte le persone libere e responsabili a vivere la crisi che il paese sta attraversando non come deriva verso la dissoluzione del patto civile, ma come condizione e opportunità per il cambiamento. A che serve l'Italia è il titolo di un ciclo di incontri organizzati dall’assessore alla Cultura di Roma Umberto Croppi, che dopo il debutto romano vedranno un secondo round lunedì prossimo a Milano.

L'idea è nata anche da una serie di considerazioni sull'afasia politica di questo momento, il fattore che a nostro avviso ha maggiori responsabilità nell'aumento, di elezione in elezione, di un astensionismo consapevole. Favorire l'incontro e la collaborazione tra le idee capaci di rispondere alle grandi questioni che deve affrontare l'Italia, come parte protagonista dell'Europa, è la risposta di maggior efficacia rispetto alle logiche di pura affiliazione dominanti nei partiti. C'è una straordinaria riserva di competenze e di responsabilità che quotidianamente permette la continuità economica e sociale cui occorre dare la parola affinché la politica pubblica torni a riferirsi agli interessi generali di queste e delle future generazioni. >>>

15 maggio 2010_____________________________________________________________

Gianfranco Fini, Giuseppe Pisanu
prefazione e postfazione a Fabio Granata, L’Italia a chi la ama. Modello italiano e nuova cittadinanza, Lombardi Editori

testo della proposta di legge Granata-Sarubbi

Il tema della cittadinanza è forse quello che, in questa fase storica, meglio si presta alla riapertura di un dibattito politico reale. Sullo sfondo di una questione caldissima per tutti gli stati europei come quello dell’immigrazione, discutere di cittadinanza, di cosa voglia dire oggi essere cittadino italiano, è già un modo per reagire alla micidiale macchina di semplificazione demagogica, che si è impossessata di questi temi. Frutto di un lavoro di riflessione collettiva in corso da anni, il libro di Fabio Granata indica con chiarezza la possibilità di una nuova sintesi politica che non si arrenda di fronte alla complessità del presente e alla paura del nuovo. Il concetto di cittadinanza, in questa prospettiva, risulta basato su una scelta politica, lontana sia dal mero contrattualismo, sia da legami biologico-territoriali. Analogamente al concetto greco e romano di civitas, l'adesione a una polis o a un'entità politico e istituzionale più grande significa condivisione di uno status legale e giuridico in grado di andare oltre le singole appartenenze, pur rispettandole e valorizzandole.

Un percorso teorico insomma di riconnessione alla Atene periclea del V secolo, come alla visione cosmopolita di Alessandro Magno, ma soprattutto alla Constitutio Antoniana che riconobbe come cittadini romani, a pieno titolo e diritto, tutti gli abitanti dell'Impero, innescando un processo di dinamismo politico e innovazione istituzionale che consentì un notevole ricambio e un considerevole consolidamento statuale per oltre due secoli. Una norma senza la quale non avremmo avuto imperatori come Settimio Severo, Aureliano, Diocleziano, Costantino e Giuliano.

La questione politica della cittadinanza peraltro va ben oltre l'orizzonte dei diritti civili e non può essere ricondotta nel solito stucchevole alveo di altisonanti, quanto ipocriti e poco applicati, 'diritti dell'uomo'. In quanto strumento essenziale di partecipazione democratica, la cittadinanza assume infatti risvolti di consapevolezza e di attivismo tesi alla gestione effettiva dei processi decisionali per il bene comune. Quindi non semplice riconoscimento legale, ma potenzialità, strumento di sintesi ed innovazione politica e progettuale.>>>

Daniele Tranchida

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Luciano Lanna
Spiegare Fini con la 'contraddizione'
Per tanti anni ci siamo ripetuti una frase di Alain de Benoist: «Pensare simultaneamente ciò che sinora è stato pensato contraddittoriamente». Un modo come un altro per sottolineare l'irriducibile essenza contraddittoria della politica moderna. Carlo Galli ha voluto dedicarci il suo ultimo saggio, Perché ancora destra e sinistra?, Roma-Bari, Laterza 2010, sottolineando l'impossibilità di annullare la presenza del fattore-contraddizione. «L'intera civiltà moderna - ha scritto a suo tempo con grande efficacia Eugenio Scalfari - è una foresta di contraddizioni, una grammatica irta di ossimori. Bisognerebbe dedicare un libro, e non basterebbe, a questa nuova modalità del linguaggio, a questa rottura della forma e quindi del pensiero. In politica, nell'arte, in filosofia. E non si tratta d'un fenomeno di questi ultimi anni; è venuto in superficie da quando la verità assoluta è stata messa in discussione e con essa i canoni che la sostenevano. Picasso ha mandato in pezzi gli ideali classici della bellezza. Nietzsche quelli del sistema filosofico. Joyce l'unità dell'io. Questa è la debolezza e insieme la forza della modernità (ecco un altro ossimoro): di essere contraddittoria, aperta all'imprevisto, magmatica, pragmatica...».>>>

 


 

12 maggio 2010_____________________________________________________________

 
 
SUPPLICI A PORTOPALO
dalla tragedia di Eschilo alle parole dei migranti
Alessandro Visca
 
Torino, 10, 11 e 12 maggio 2010
Parigi, Festival de l’Imaginaire, 9 e 10 aprile 2010 (brano video)

Portopalo di Capopassero e Siracusa, 19 e 20 settembre 2009
Rai 3 Suite- servizio radiofonico del 18 settembre 2009

Sulla costa siciliana, divenuta frontiera delle rotte della migrazione del Mediterraneo, un racconto teatrale basato sul dramma Supplici di Eschilo, che mette in scena la difficile decisione della Città di fronte alla richiesta di asilo di chi fugge dalla guerra, dalla fame, dalla carestia. La logica del respingimento di chi si presenta a chiedere asilo alle porte della città, è in oggettivo contrasto con il codice etico della gente di mare, ma anche con la sensibilità condivisa di una comunità civile. Ma non basta la carità, non basta la pietà: solo la dimensione politica – insegna già Eschilo 2500 anni fa – può affrontare e risolvere positivamente, nel segno del bene comune, il difficile incontro tra migranti e cittadini.

Eschilo compone le Supplici intorno al 460 a.C.: la tragedia inizia con lo sbarco di un gruppo di migranti in fuga dal loro paese, l’Egitto, giunti a chiedere asilo in Grecia al re della Città, e si conclude con la decisione dell’intera Città di accogliere gli esuli come astóxenoi "stranieri e insieme nuovi cittadini", in nome dei diritti sacri dell’ospitalità.

Portopalo è una città di frontiera sulla punta estrema della Sicilia, un piccolo paese che vive quotidianamente la realtà degli sbarchi e il problema dell’accoglienza, in cui una piccola comunità di pescatori e di contadini è costretta a misurarsi con una legislazione ambigua, a fare i conti con norme restrittive che non fanno parte del codice tradizionale delle genti di mare.

 Portopalo è lo scenario su cui le parole antiche di Eschilo e i racconti dei migranti del nostro tempo acquistano una nuova vitalità>>>

 

22 aprile 2010_____________________________________________________________

La presa di parola
Monica Centanni, Peppe Nanni

Nella vicenda politica che si è aperta con la presa di distanza di Gianfranco Fini da Silvio Berlusconi molti commentatori hanno visto solo uno scontro d'ordine tattico per l'equilibrio del potere nell'area del centrodestra. I più avvertiti hanno sottolineato una incompatibilità tra due modi di intendere la politica e i ruoli istituzionali; ma pochissimi hanno registrato il sommovimento profondo di cui questo scisma è segnale perentorio. 

Gli ambienti più conservatori imputano a Gianfranco Fini e al suo ambiente commistioni e confusioni con la cultura di sinistra: e per ‘sinistra’ pare intendersi una immutabile entità metafisica rispetto alla quale ci si definisce scolasticamente a priori, per antitesi.  

Il paradosso è che, contemporaneamente, molti dei più avvertiti intellettuali provenienti dall’area antagonista alla destra, stanno prendendo atto della fine della sinistra, del deperimento della forza definitoria di quella nominazione.

In realtà quello che oggi davvero si apre è un ampio sommovimento geologico delle categorie politiche fin qui efficaci: è evidente che una serie di schemi non hanno più presa sulla realtà, che molte parole vengono agitate nell’agorà politica solo per lanciare insensati anatemi, per continuare a tenere alti steccati di separazione privi di senso concreto, o per rassicurare pigramente identità residuali. Quando non per coltivare l’illusione (errata nei fatti) che il consenso elettorale sia perpetuamente garantito, attingendo voti da serbatoi stagni, tra di loro non comunicanti >>>