FORUM DELLE IDEE
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26 dicembre 2011
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La politica non è l'esercizio del potere
di Luciano Lanna

 “Non è con le audacie dei nostri nonni che possiamo rispondere alle angosce dei nostri figli”
 Emmanuel Mounier

“…non ci sono soluzioni. Ci sono delle forze in cammino: bisogna crearle, le soluzioni vengono dopo”
Antoine de Saint-Exupéry

 

Non è il momento di fare appello (che sarebbe un alibi, una rassicurazione) a presunte identità, né ci serve un facile ricorso a ricette-soluzioni. No, se ci interessa riaprire uno spazio pubblico per la politica la strada da intraprendere e percorrere è un’altra.

Veniamo subito al ‘caso italiano’. Lo ha spiegato nel migliore dei modi Adriano Sofri sulle colonne di Repubblica: “Una volta avvenuto lo sgombero, questione di qualche giorno speriamo, si tratterà di ben altro che di una ex maggioranza e di una ex opposizione senza più Berlusconi e Bossi. Ci sarà – e questo è il passaggio-chiave del ragionamento di Sofri – un rimescolamento colossale e largamente ingovernato. L’ibernazione sta tenendo tutti nei loro angoli come in una partita di mosca cieca. Ma si sposteranno di colpo e la mosca non ci sarà più. Il nuovo sarà quella cosa lì: un casino, la normalità…”.

Perché partiamo da queste considerazioni? Perché se siamo interessati a far ripartire la politica, a rimettere in moto un processo in grado di archiviare la degenerazione antipolitica della ormai troppo lunga transizione italiana e a ricreare le condizioni di quel casino che sarebbe, per citare Sofri, la normalità, occorre da subito fare piazza pulita delle trappole che potrebbero portarci fuori strada.

Iniziamo dalla lettura di un articolo di Massimo Gramellini su La Stampa: “Uno dei frutti velenosi della crisi in corso è che abbiamo smesso di credere nel potere della democrazia. Trovo emblematico – scriveva il giornalista – il dissidio fra due pesi massimi del nostro immaginario, Steve Jobs e Barack Obama, ricostruito sul Wall Street Journal. Il padrone della Apple chiese al presidente americano di garantire la green card (il permesso di residenza) agli stranieri che si laureavano in ingegneria negli Stati Uniti. Obama rispose che sarebbe stato felice di accontentarlo, ma che gli mancavano i voti per far approvare la riforma dal Congresso. E Jobs si imbestialì: ‘Invece di farle, continui a spiegarmi perché le cose non si possono fare!’. Ma il cittadino confuso e infelice dei nostri giorni si riconoscerà più nel pragmatismo di Jobs, uno che, non dovendo mediare con nessuno, poteva trasformare le sue visioni in azioni e i suoi progetti in oggetti. Obama incarna invece l’impotenza della politica, che anche quando si riempie la bocca e il cuore di cambiamento, deve misurarsi con i meccanismi di mediazione che rallentano e depotenziano le decisioni. A questo punto, l’idea che per cambiare la politica basti cambiare i politici appare come una pia illusione che si rinnova a ogni campagna elettorale. Bisogna invece cambiare l’approccio, il metodo di funzionamento e di rappresentanza. La democrazia non è infatti burocrazia ma nemmeno una delega al santone di turno. È – conclude Gramellini – partecipazione alla vita della propria comunità. E si può ripartire solo da lì. Prima che i cittadini esasperati imbocchino la solita scorciatoia del populismo”.

La parola chiave è allora una sola: democrazia. Democrazia che non è altro che quel rimescolamento, quella contaminazione assai ingovernata, di cui parla Sofri. La democrazia, che quando nacque in Grecia fece nascere contemporaneamente la politica, è discontinuità consapevole, è dinamismo, è rottura del già dato, è l’azione attraverso cui dei cittadini si affermano nello spazio pubblico da cui l’ordine dominante tende a escluderli. La democrazia, dice Jacques Rancière, si costruisce “attraverso intrusioni trasgressive nei modi di parlare e nei modi di fare di cui i dominanti si erano riservati il privilegio”. Ancora: “L’azione politica non nasce dalla risposta a una sofferenza come molti tendono a raccontarsi, né dall’energia investita in quella lotta. No, la politica è la capacità creativa di inventare delle forme, degli spazi, dei tempi dell’azione collettiva in cui i ruoli prefissati dall’ordine di potere dato cambiano…”.

Attenzione non stiamo accennando a un passaggio dalla concretezza all’estetica o all’immaginario. No, qui si allude alla capacità, essenzialmente politica, di costruire parole e scenari in cui si riorganizzano i rapporti stabiliti e – fondamentale – si mette in discussione la logica delle identità definite. Per dir meglio: c’è democrazia quando diventa normale, fisiologica, positiva (anche nella necessaria dialettica conflittuale) una prospettiva efficace di mobilità civile, sociale e politica. In democrazia il dinamismo politico si nutre della potenza delle idee, delle parole e delle immagini, creandone e proponendone di nuove al fine di dislocare poteri e rappresentanze. È quello che Ranciére spiega così: “La politica è il perenne tentativo di dislocamento precario di quel presunto ordine definito che recinta ognuno al suo posto sotto il comando di quelli che sarebbero designati a governare per ragioni di nascita, di ricchezza, di competenza, di opportunità di realpolitik. La politica esiste invece nello scarto che afferma la capacità e la legittimità di tutti i soggetti, individuali o corali, a partecipare e l’assenza di qualsiasi fondamento dato per il dominio. Questo scarto è una possibile invenzione continua del presente”.

Ricapitoliamo. La politica non è l’esercizio del potere. La politica non è poi la lotta per la conquista e la pratica del potere. E la politica, infine, non è l’affidamento del bene comune alle oligarchie governamentali, considerate illuminate dai loro esperti. Il politico non è lo statuale, il politico non è la prassi per la conquista del potere. La politica è invece prendere parte nella sfera pubblica. Il demos nella democrazia ateniese non designava infatti una categoria sociale inferiore ma faceva parte del demos colui che parla quando non deve parlare, chi prende parte a ciò di cui non costituirebbe parte. La politica, in ultima istanza, è antitetica all’accettazione del presente così come esso è, la politica anzi coincide con il mettere in discussione gli schemi dati sulla conquista e la legittimazione consolidata degli assetti di potere.

Ecco perché una volontà costituente, una proposta di nuova soggettività politica non può recintarsi in formule o categorie che toglierebbero a un progetto tutta la sua carica innovativa facendolo rifluire negli schemi del già dato, che finisce per essere funzionale a un assetto di potere che sta estinguendosi per consunzione lenta. A cominciare dal definirsi con le ormai bicentenarie metafore spaziali e topografiche che, usate, hanno solo la forza di disinnescare l’energia innovativa. Non solo non ha senso ricorrere ancora a formule come centro, sinistra o destra e mescolanze varie, ma non se ne fuoriesce aggiungendo aggettivi vari – moderato, laico, riformista, repubblicano, liberale – che appartengono anch’essi a contrapposizioni politiche e ideologiche davvero lontane. Non si può, insomma, fuoriuscire dai recinti del Novecento a passo di gambero, tornando addirittura alle logiche ottocentesche. No, andare oltre il Novecento significa superare d’un tratto le vecchie metafore e azzardare coraggiosamente la rappresentanza di quel demos maggioritario che attende solo di essere riconosciuto, per portare avanti la partita, che è essenzialmente ‘democratica’ come abbiamo visto, per la visibilità pubblica di questo demos.

Non a caso, di “sfidare il presente” parlavamo nel nostro Manifesto di ottobre dello scorso anno. E scrivevamo: “Non c’è politica senza un pensiero di rottura delle consuetudine usurate: occorre abbandonare la retorica che inchioda il futuro al passato. Superando le vecchie e inaridite appartenenze, congedando le ossessioni e i ricatti delle memorie ferite, la politica rinasce nel punto in cui si incontrano immaginazioni diverse che congiurano per un nuovo patto politico. Non c’è politica senza un pensiero che esprima la passione del presente come intelligenza del futuro, che non è solo dopo, ma è anche altro: è sparigliare le carte e le compagnie del gioco per disegnare nuove coordinate dell’impresa comune. Esatta passione, mobilitazione di energie intellettuali e politiche per l’edificazione di un nuovo paesaggio nazionale”.

Riprendere questo filo non può allora che significare definitivamente la rottura dello schema conformista e della finzione classificatoria che per troppo tempo hanno ingabbiato e recintato il caso italiano. Lo aveva spiegato bene Pierluigi Battista in un suo bel saggio di un paio d’anni fa, in particolare contestando “il simulacro di guerra civile inscenato ogni giorno da chi crede che il bipolarismo politico si traduca immediatamente in bipolarismo culturale e si sublimi addirittura in un bipolarismo antropologico. Come se davvero esistessero e avessero senso politico due blocchi culturali omogenei, uno di destra e uno di sinistra. Come se davvero esistessero due distinti tipi umani, il tipo di destra e il tipo di sinistra”.

Ma se così fosse vivremmo non in una società, articolata, intrecciata e pluralista, ma in una società primitiva costituita da tue tribù, due clan in guerra perenne tra di loro. Ed è proprio questa narrazione primitiva che fa da sfondo ideologico e sovrastrutturale al populismo impolitico che domina l’Italia da qualche tempo. “Con il mito delle due Italie irriducibilmente contrapposte”, precisava Battista, “la sfumatura diventa tiepidezza inammissibile, il chiaroscuro intelligenza con il nemico”. E così, per fare un esempio attuale, una ragionevole - e adeguata ai tempi - proposta di integrazione e cittadinanza per gli immigrati regolari diventa un sotterfugio per stravolgere la nostra identità nazionale. E la proposta di introdurre la pensione di reversibilità per il convivente di fatto si traduce nientemeno che in un attentato alla famiglia. O il parlare di diritti civili, di primato della sfera personale, di imposta patrimoniale di fronte alla crisi, vengono lette come deviazionismi comunistoidi. “Ma è questa riduzione ai luoghi comuni del tempo – spiega il filosofo Mario Tronti – che ha ridotto la politica al fantasma di se stessa e ha fatto crescere di fronte a sé la potenza distruttiva dell’antipolitica, una massa sopressiva, azzerante, distruggente, che coerentemente finisce per essere cavalcata da personalità non carismatiche ma mediatiche, incapaci proprio per questo di assumere il livello della decisione, prigioniere come sono del cosiddetto consenso”.

Ecco, è proprio per scavalcare tutto ciò, che occorre porsi consapevolmente in mare aperto e con il solo orizzonte definito della democrazia. Non a caso una considerazione del politologo Marco Revelli, autore di un saggio importante come Le due destre, guardando all’area emersa con lo ‘strappo’ di Fini sottolineava tempo fa che si è via via sviluppata nel nostro paese da destra un’area di pensiero ancor prima che politica in senso stretto che, nonostante tutto, nella rottura del post68 riuscì a esprimere sin dall’inizio “codici adeguati a interpretare al meglio la contemporaneità, quelli generatisi nella grande cultura novecentesca e che includevano quest’area in una forma possibile della comunicazione. Quel segno – sottolineava lo studioso – è rimasto nel corso di un ventennio. Quell’abitudine al pensiero ha permesso a molti un’evoluzione convergente con l’area democratica delle culture politiche del nostro paese”. Appunto, non si tratta di convergere in centrodestra o centrosinistra possibili, che già ci sono e sono tutti dentro la crisi politica in atto, ma di costruire un’alleanza democratica, nel senso di democrazia sin qui teorizzato.

Non possiamo che essere d’accordo con Fiorello Cortiana quando scrive: “C’è qualcosa di più profondo qualcosa di più profondo che si muove nel drammatico crepuscolo di B., qualcosa che richiede di non essere risolto con una battuta affinché il dopo B. rappresenti un passo in avanti per la nostra democrazia repubblicana. Berlusconi non è la causa del disastro, bensì ne costituisce l’espressione, il sintomo e il prodotto più probabile nelle condizioni politiche italiane di fine Novecento. Le cause originarie risiedono nei limiti di forma e di contenuto dei partiti popolari della Prima Repubblica, la Dc, il Pci, il Psi che avevano ignorato il '68 e il '77 derubricandoli a questione di ordine pubblico o terapeutico; che avevano vissuto i referendum divorzio e aborto come parentesi, l'emergenza radicale come sberleffo pittoresco e il femminismo come ‘questione femminile’; che avevano occupato tutte le articolazioni istituzionali, dal Parlamento, agli Enti, ai Consorzi, alla RAI ecc.; che vivevano l'articolazione sociale del sindacato e dell'associazionismo come una dipendenza assoggettata a sé. Partiti che si rifacevano a ragioni ideologiche finite e che pretendevano di ridurre tutto alla contrapposizione destra/sinistra. Ma il modello energivoro e militare nucleare discusso dai verdi era di destra o di sinistra? (…) Dietro queste apparenti contrapposizioni, obbligati da Yalta all'impossibilità dell'alternanza, prendevano corpo le pratiche consociative di occupazione e spartizione della cosa pubblica, altro che la politica come servizio! Così il protagonismo di un'opinione pubblica avvertita che attraverso i referendum chiedeva l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti veniva ignorato, aggirato e deriso chiamandolo rimborso, finanziamento alla stampa. Un sistema di gestione della cosa pubblica che in più richiedeva il pizzo con le tangenti per opere pubbliche anche devastanti, ma che facevano girare lire e occupazione, così come la moltiplicazione di metri cubi immobiliari che sfregiavano città e territori. Così si spiega il successo di un abile comunicatore, che disponeva di molteplici canali televisivi, alla faccia della sentenza della Corte Costituzionale  e grazie alla partitocrazia e alle tangenti/finanziamenti che elargiva.  B. , allo scoppio del sistema tangentato , si e' presentato come l'imprenditore di successo nonostante i partiti, si e' presentato come colui che avrebbe liberato le istituzioni dall'occupazione partitocratica,  innovandole. Sappiamo com' e' andata, era merce contraffatta e avvelenata.… Ma adesso non ci sono più scorciatoie. Occorre ripartire da qui per aprire un processo democratico partecipato per il dopo Berlusconi. Misuriamoci dunque sulle proposte”.

E gli esempi che fa ci portano alla concretezza di una nuova politica possibile. Aboliamo le Province? Ridimensioniamo i costi delle caste? Creiamo le città metropolitane? Verifichiamo la necessità e le dimensioni delle comunità montane, dei Consorzi e dei mille enti e delle tante ex municipalizzate? Nella sanità come la mettiamo con la diffusa spartizione in luogo del merito? E poco importa se sia fatta a favore della Compagnia delle Opere piuttosto che della Lega delle Cooperative. Affrontiamo seriamente i problemi della scuola? Vogliamo effettivamente liberalizzare l’economia e i servizi in questo paese? Vogliamo difendere i beni comuni, dall’acqua all'energia, come è stato affermato dai referendum? Riconosciamo la produzione di valore nell’economia della conoscenza? E ancora ci sono le nuove questioni poste dalla rete che crea un nuovo spazio pubblico e impone un nuovo concetto di privacy.

“Non si tratta di una questione generazionale – ci ricorda Cortiana – ma di una questione politica: come vengono affrontati e risolti i nodi dell'apertura, della liberalizzazione e della responsabilizzazione diffusa della nostra società  di fronte alle rendite di posizione finanziarie, imprenditoriali, sindacali, partitiche e di tutte le categorie/ordini professionali che danno del loro agli altri per non pagare il dazio?”

Sono solo alcuni esempi delle grandi questioni che debbono impegnare una soggettività politica democratica. E sono le questioni che possono definire il terzo polo non come una riserva di residualità ma come il baricentro di innovazione che il paese reclama. Nel tempo della globalizzazione la partita non si gioca sul piano spaziale ma temporale. Vince chi definisce prima le risposte alle sfide che l’epoca propone. Che non sono risposte o ricette di centro, di destra o di sinistra. Ma sono risposte alla crisi. Insomma: non ci si chiede di posizionarci nello spazio e di trovare sintonie e alleanze d’appartenenza, ma di prendere parte di fronte alle grandi questioni. Qui l’alternativa non è se si è di sinistra o di destra ma se formuliamo una prospettiva politica libertaria o autoritaria, riformatrice o conservatrice, populista o democratica. E noi, consapevolmente, stiamo dalla parte di una politica libertaria, riformatrice, innovatrice. In una parola: democratica.